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 Zelig delle banlieuses

 .:Inviato Mercoledì, 06 novembre 2002 @ 13:15:32 da titiro
Cultura e Scienza SI CHIAMA SMAÏL, PSEUDONIMO DI LÉGER, HA 55 ANNI MA SI FINGE UN GIOVANE MAGHREBINO, IL SUO NUOVO ROMANZO HA CONQUISTATO LA FRANCIA corrispondente da PARIGI PAUL Smaïl, chi era costui? Facile, è lo pseudonimo di Jack-Alain Léger, 55 anni, vecchia volpe della letteratura francese che dal ´69 a oggi ha pubblicato ventisette libri. Ma chi è davvero Jack-Alain Léger? Meno facile. Perché potrebbe essere Melmoth, oppure Dashiell Hedayat, altri due pseudonimi usati nelle sue molteplici reincarnazioni di carta. Lo stesso «Léger» non è altro che lo pseudonimo di quell´ex cantante pop figlio di un ispettore delle imposte e critico letterario di Paris Match che firmava le sue «croniques» sotto lo pseudonimo di Jean Bueges e del quale il figlio non conserva un ricordo esaltante: «Era un mediocre: demoliva i buoni libri senza averli letti e componeva ditirambi su opere che considerava insignificanti. È stato così che ho perso ogni illusione». Il nome vero di Smaïl-Léger non lo sa nessuno ed è vertiginoso ritrovarsi in questo labirinto di pseudonimi nel quale bisogna però infilarsi adesso che Feltrinelli pubblica Ali il Magnifico, comparso quasi due anni fa in Francia dall´editore Denoël con la firma di Paul Smaïl dopo che Jack-Alain Léger aveva sconfessato l´editore Calmann-Lévy che gli aveva chiesto di tagliare dalle 600 pagine di questo impegnativo pavé tutti i riferimenti - pesantucci - ai potenti in vita, a cominciare da Jacques Chirac. «Censura», ha strillato Smaïl, sistemando così il primo mattone di un´operazione mediatico-letteraria di rivelazione-dissimulazione che ha fatto di Ali un poliedrico caso del milieu parigino. Il suddetto Smaïl (che aveva già pubblicato Vivre me tue, vivere mi uccide) infatti si presentava come un giovane beur (immigrato maghrebino) che raccontava sogni e vita di banlieue a tempo di rap e in una lingua mitragliante mixité di vocabolario tra l´argot parigino e brandelli di arabo. Un ragazzo fiero del suo quoziente intellettuale di 137 che non gli servirà a niente, un adolescente scorticato sulla pelle dall´esistenza, con un ego esagerato, che si prostituisce in rue des Martyrs, che tenta di prendere il diploma, sogna una Bmw, cerca invano l´amore, batte i grandi centri commerciali per ingannare la depressione, vive sdoppiato in una società che pulsa al ritmo dello spettacolo e dei suoi idoli: i telegiornali, il festival di Cannes dove sogna di sfilare al braccio di Isabelle Adjani, Zinedine Zidane («Merci, Zizou»), i miraggi della pubblicità. Eccolo nei sotterranei di Les Halles, Parigi: «Entro, guardo, tocco, palpo, accarezzo, sniffo, apro, provo». «Just do it», Nike - certo - e poi Reebok, Converse, Police, Adidas, Tacchini, Fila, Trussardi, Calvin Kein, Ralph Lauren, Hugo Boss, Umbro, Ellesse, Aigle. «La vita, la vera vita è là, sottoterra, nei negozi, in mezzo alla merce, spettacolo infinito, in movimento, ripetitivo, irreale, allucinato, come il sole che scintilla sul mare d´estate». «È una droga, la merce, una droga dura». Felpe, magliette, tute, pantaloni, scarpe, berretti, mutande. Altro che no-logo. Il marchio è il timbro di una necessità, un´identità, la benzina della vita in queste banlieues dove tutto è uguale, dove apparire è essere, dove Ali ha cominciato a raccogliere sacchi di plastica con ogni sorta di logo, dove il berretto si porta con la visiera bassa sulla nuca, i lacci delle sketbas si tengono slacciati, dove si passano le ore a tirare pietre sulle auto che passano a suon di musica afro. Paul Smaïl scrive e sembra che tiri sassate. Ali forse è esistito davvero sotto il nome di Sid Ahmed Rezala, che aveva 20 anni e uccideva le donne sui treni, soffocandole con sacchetti di plastica, e ha finito col suicidarsi (giugno 2000) in un carcere portoghese. Forse no perché Paul Smaïl ben prima di Michel Houellebecq aveva rivendicato allo scrittore il diritto di sfondare il muro del politicamente corretto raccontando e inventando fatti e misfatti di musulmani o ebrei o omosessuali: «Il dovere di un artista è quello di resistere alla dittatura dello sdolcinato. Nel gioco al massacro della vita, la patologia dei guignols al potere mi sembra più assassina di quella dei miei personaggi». L´RER (la metropolitana di banlieue) scandisce il tempo di questo elastico vitale che si allunga da casa ai centri commerciali: apoum, apoum, apoum. «Non hai una griffe: vergogna!». Gli Champs Elysées con le Bmw che salgono e scendono, Yves Saint-Laurent, Cartier, Prada, Armani: «Aziz m´ha insegnato a verificare al tocco delle dita se il coccodrillo è originale o è stato scucito da una vera Lacoste e ricucito su una falsa Lacoste made in Mali». La morale è implacabile: «Tu sei quello che porti addosso». O anche: «Con la gamma bassa, traspiri; con la gamma alta, respiri». In definitiva: «I poveri sudano sotto il poliammide, i ricchi portano il Goretex». La merce è l´anima. Per eruttare tutto questo a Jack-Alain Léger occorreva un nuova identità, l´invenzione di un autore in cui rinascere. Una compiuta operazione di marketing, ma non soltanto, perché la faccenda non è così banale. «Smaïl» è un vulcano in eruzione continua dal 1969, quando apparvero contemporaneamente il suo primo album come autore-compositore-cantante con lo pseudonimo di Melmoth e il suo primo libro con la firma Léger. Nel ´76 il grande successo con Monsignore, concepito come una parodia dei thriller americani e che diventa profetica anticipazione delle avventure di monsignor Marcinkus in Vaticano tra prelati, mafiosi e banchieri. 350 mila copie vendute e la consacrazione di Hollywood che lo trasforma in film di cassetta con Christopher Reeve, Geneviève Bujold e Adolfo Celi. Il resto della vita è una giostra di titoli e di editori (ne ha cambiati dodici, litigando più o meno con tutti) nella indefettibile convinzione espressa fin dall´apparizione del suo secondo libro: «Io sono un grande romanziere». Le quarte di copertina dei suoi libri sono strepitose. In quella di Ali si paragona a Zola, Nabokov, Céline e Francis Scott Fitzgerald. E per spiegare la febbre da pseudonimo ha tirato in ballo Voltaire e Stendhal. I giornali hanno ricordato il caso molto più recente di Roman Gary che riuscì a vincere (unico nella storia) per due volte il premio Goncourt, nel ´56 e nel ´75, prima col suo nome (che però era uno pseudonimo) poi con quello di Emile Ajar. Non è il caso di Léger che finora ha ottenuto un solo premio, quello delle lettrici di Elle con Wanderweg uscito da Gallimard. Dopo 33 anni di tumultuosa scrittura Jack-Alain Léger è anche un po´ seccato: «La stampa mi ha ignorato per tanto tempo e si interessa a me solo dopo quest´affare. Potrei prendermela con Smaïl, ma lui ha veramente molto talento. E ha ragione: bisogna vivere lontano, nell´anonimato e scrivere...». Paul Smaïl conferma: «Rivendico il diritto all´incognito, che è la sola vera libertà, in questi tempi di panottico totalitario mediatico e sociale. Io sono Smaïl e basta. Come all´inizio di Moby Dick: chiamatemi Smaïl...». Ecco, ci mancava Melville, modestia - e pseudonimi - a parte. (C.M. da La Stampa del 06/11/02)

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