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 Le guerre da combattere

 .:Inviato Giovedì, 31 ottobre 2002 @ 13:17:40 da titiro
Cultura e Scienza PER I VERI SCONTRI DI CIVILTÀ SI PUÒ ANCHE MORIRE E se le sole guerre che vale davvero la pena di combattere fossero per l'appunto le tanto calunniate «guerre di religione», i conflitti di civiltà che a quanto pare minacciano di diventare il nostro futuro? O, per dirla in termini un po' meno impopolari: se fosse vero che l'unica cosa per cui vale davvero la pena di morire, o almeno di mettere in gioco la vita, fossero gli ideali? Il termine guerra di religione urta e respinge, sembra sinonimo di fanatismo e, soprattutto, di una concezione sostanzialmente blasfema della divinità. Già, ma allora i martiri cristiani che si lasciavano dare in pasto ai leoni pur di non rinnegare la loro fede erano solo dei testardi che anteponevano le loro convinzioni, e anche la loro distorta visione del servizio di Dio, al rispetto per la sacralità della vita? Lo stesso si potrebbe dire di coloro che sono morti per non tradire una vocazione, un'idea politica, un sogno di pienezza che valeva per loro molto più della sopravvivenza, anche quando eventualmente non credevano in una vita dopo la morte. Forse anche il fascino e la commozione che suscita un film come Il pianista di Polanski dipendono dal fatto che trasmette un messaggio di questo genere: ha potuto resistere alla paura delle morte perché inseguiva una vocazione. Cambiano storicamente gli ideali per i quali uno si sacrifica, ma resta una differenza radicale che è quella teorizzata in filosofia dal Hegel nell'analisi del rapporto tra servo e padrone: il servo si libera dalla sua schiavitù solo quando ha il coraggio di mettere a repentaglio la vita nella lotta per la libertà. E se non muore nella lotta, la sua vita cambia, diventa quella di un uomo libero. Ci sembra che persino se la lotta non finisce in scontro mortale, la sola maniera di vivere dignitosamente al mondo sia quella di essere disposti al «martirio». Vive davvero in modo più felice chi non sacrifica la vita, il tempo, le preoccupazioni principali, alle tante divinità fasulle che gli si propongono nella banalità quotidiana e nelle falsificazioni ideologiche interessate. Del resto, la guerra di religione ci fa orrore soprattutto perché tende a mascherare come dovere religioso quello che è per lo più, semplicemente, il dovere imposto di difendere solo interessi economici, e per giunta spesso assai diversi dai nostri. È molto probabile che la cosiddetta guerra santa degli estremisti islamici contro l'Occidente sia in realtà solo una lotta per la supremazia - territoriale, economica, petrolifera, comunque molto terrena - mascherata come guerra religiosa ad uso delle masse. Noi che non viviamo nell'Islam non lo sappiamo: sappiamo benissimo, invece, che la «nostra» guerra di civiltà o di religione contro il «terrorismo» (unificarlo sotto un solo nome serve per sostenere la necessità di una guida unica) è una guerra di tipo totalmente secolare e terreno. E di fronte ad essa possiamo con molte ragioni recalcitrare, soprattutto se essa implica, come di fatto implica, la violazione di tanti di quegli ideali per cui invece ci sentiremmo di sacrificarci. Ma per il resto, smettiamola di commuoverci, pietisticamente o ipocritamente, sulla sacralità della vita. I latini ci hanno tramandato il detto «propter vitam, vivendi perdere causas»: per amore della vita, finire per perdere le ragioni di vivere. In tanti sensi la nostra civiltà, ricca ma terribilmente priva di senso, cinica e rassegnata, corrisponde a questa descrizione. Non si tratta di prepararsi alla guerra e di accettare la legge della violenza. Ma di convincersi che possiamo davvero mettere a repentaglio la vita per costruire un mondo dove nessuno debba più soccombere, cioè morire o rischiare la morte, per volontà e interesse di altri, per la stupidità del traffico stradale, o per inquinamento insensato o malattie che si potrebbero curare , come i milioni di africani che muoiono di AIDS nella indifferenza delle multinazionali farmaceutiche e degli stati «civili». Costruire un mondo dove tutti possano scegliere in piena libertà il valore, il Dio, in nome del quale vivere la vita o anche sacrificarla, potrebbe essere davvero l'ideale in nome del quale sfuggire alla (vita e) morte stupida a cui rischiamo di essere condannati. (di G. Vattimo da lastampa.it)

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