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 Pena di morte sotto accusa

 .:Inviato Giovedì, 31 ottobre 2002 @ 13:13:46 da titiro
Cultura e Scienza Due giganti della letteratura Usa in campo con i loro nuovi libri. L'autore di "American Tabloid": "Ero a favore, poi ho capito" DIECI giorni fa una puntata di West Wing - serie tv ambientata alla Casa Bianca, in Italia inspiegabilmente relegata in tarda serata - era dedicata alla pena di morte. Il presidente democratico - un grande Martin Sheen - deve vedersela con la maggioranza del suo staff contrario alla pena capitale. Ma a un certo punto ammette: "Oltre il 70 per cento degli americani è favorevole". E agisce di conseguenza: non concede la grazia. La puntata si chiude con il presidente che sente il bisogno di confessarsi con l'amico sacerdote. Raramente una fiction made in Usa è slegata dall'attualità. Autori e sceneggiatori sentono bene l'aria che si respira nel loro Paese. E l'aria che si respira sulla pena capitale sta cambiando. Come testimoniano due libri appena usciti di due scrittori che possono considerarsi due pesi massimi: James Ellroy e Scott Turow.Entrambi hanno sentito il bisogno di esprimere i loro dubbi sulla pena di morte. Il primo libro è Il dubbio letale (Bompiani, 6 euro). Il secondo è Errori reversibili (Mondadori, 18,60 euro). Quando l'aria cambia, i maestri dell'immaginario lo sentono prima degli altri. Passo indietro. Nel giugno scorso in quattro giorni la pena capitale ha subito i colpi più duri da quando è stata ripristinata sul suolo americano nel '76. Sono venuti dalla Corte Suprema che prima ha sentenziato che è contro la Costituzione condannare a morte i malati di mente poi ha stabilito che non deve essere un giudice a pronunciare la condanna definitiva, ma la giuria popolare. Apparentemente un tecnicismo, ma in realtà quella sentenza ha messo in discussione almeno 150 condanne in cinque Stati e l'effetto sulla giurisprudenza potrebbe rivelarsi una valanga. E adesso, direbbero i sostenitori della pena suprema, ci si mettono pure gli scrittori. E non i soliti e fastidiosi Noam Chomsky o Gore Vidal, ma due che sfornano best seller da migliaia di copie e che hanno un'influenza notevole sull'opinione pubblica. Il libro di Ellroy è breve e scritto con uno stile sincopato come nello stile dell'autore di American Tabloid. Basato su una storia vera e sui verbali e gli atti giudiziari di un processo per omicidio. Gary Graham, afroamericano di 17 anni con precedenti penali per stupro e rapina è processato per aver ucciso un uomo per rapinarlo. Un solo testimone lo ha riconosciuto. Gli altri non erano convinti. L'avvocato d'ufficio non crede alla sua innocenza, la giuria nemmeno. Graham viene giustiziato con un'iniezione letale il 22 giugno del 2000. Ellroy libera subito il campo dagli equivoci. Scrive: "Io ero favorevole alla pena di morte. Non mi interessavano le disuguaglianze legate al ceto sociale a al colore della pelle. Credevo nella necessità della punizione". E anche: "Ero contrario a qualsiasi ripensamento basato sulle attenuanti. La miseria non mi commuoveva. La questione razziale non mi commuoveva". Un solo dubbio: "Non potevo ammettere l'esecuzione di uomini e donne innocenti". E così il libro ripercorre la vicenda fino al grande dubbio finale che Ellroy risolve a modo suo: "'Fanculo la pena di morte". Infinitamente più complessa la trama del maestro del legal thriller. Si potrebbe quasi dire che, dove si arrende Ellroy, riparte Turow. "Il cliente, come la maggior parte dei clienti, diceva di essere innocente. Mancavano 33 giorni alla sua esecuzione. Arthur Raven, il suo avvocato, era ben deciso a non preoccuparsi". Incomincia così Errori reversibili. La storia di un avvocato d'ufficio che alla vigilia dell'esecuzione trova nuovi indizi della non colpevolezza del cliente. Ma deve fare i conti con quanto possa essere difficile fermare la macchina processuale, quante pressioni - istituzionali e personali - possano esserci affinché un verdetto venga eseguito, quanto è difficile per il potere rinunciare al privilegio di decidere della vita di un uomo. E quanto è difficile per gli uomini, seppur di fronte a dilemmi morali devastanti, rinunciare al potere o alla sicurezza di una vita prestabilita e senza scossoni. Come accade ad Arthur. "La vita di Rommy Gandolph, la vita di un innocente, era nelle sue mani. La giustizia, anzi, il principio stesso della legge - e cioè di rendere più giusti quei pochi elementi della nostra esistenza che siamo in grado di controllare - adesso dipendeva da lui. Lui era la variabile principale: il suo lavoro, la sua intelligenza, la sua capacità di impegnarsi e vincere la più importante battaglia della società civile. Lo sguardo perduto che nuotava negli occhi color caffè di Arthur era uno sguardo di terrore". (da repubblica.it)

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