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 TELEFONO ROSA

 .:Inviato Giovedì, 07 marzo 2002 @ 17:43:39 da titiro
Rassegna Stampa «Le violenze come queste, quando vengono fuori, rappresentano solo la punta di un iceberg di un fenomeno che nel 90% dei casi non viene denunciato che dopo anni di vessazioni. Le donne prima di tutto, o a giustificazione di tutto, mettono avanti l'unità della famiglia senza riflettere che "per i figli" la situazione migliore non è quella del mantenimento a tutti i costi di un legame ma al contrario di un ambiente sereno dove crescere, lontani proprio dalla soggezione ad una situazione di violenza». Per Gabriella Carnieri Moscatelli, vicepresidente di Telefono Rosa, l'associazione che offre patrocinio gratuito alle donne in difficoltà oltre all'aiuto psicologico per superare l'empasse del timore di affrontare da sole situazioni ad alto rischio e la vergogna di raccontare una vita familiare d'inferno, permane comunque, in questo caso, una situazione di grande pericolo ed ambiguità. Per l'uomo la condanna e la rimessa in libertà non rappresentano, secondo il parere dell'associazione, una soluzione al problema anzi, forse ancora prima di emettere una sentenza di condanna sarebbe stato necessario imporre l'affidamento ad uno psicologo per curare il suo male. Perchè di persone malate, senza dubbio si tratta, con un passato, il più delle volte, di violenza familiare alle spalle. Anche l'età dell'uomo sembra coincidere con i dati raccolti, in tutta Italia, su mille e cinquecento schede, nel 2001: il 33% degli uomini violenti è attestato in una fascia d'età che va dai 35 ai 44 anni, il 24% dai 45 ai 54 e "solo" il 19% quello che si colloca tra i 25 ed i 34 anni. Sotto il profilo sociale la sua condizione di operaio si attesta subito dopo quella egli impiegati che risultano, tra i violenti,nel 23% dei casi mentre il 42% ha conseguito comunque un diploma di scuola media superiore. «Tornando alle donne comunque -dice ancora Gabriella Moscatelli- noi partiamo dal presupposto che sono loro che alla fine debbono decidere ma quell'avanzare a giustificazione che sono "i padri dei loro figli" e che in fondo pensano di riuscire a redimerli, francamente è questo forse l'anello debole della catena che impedisce a queste madri anche di reagire proprio in difesa e per il bene dei figli». (da Il Tempo del 07/03/02)

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