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 Bomba chimica

 .:Inviato Mercoledì, 23 gennaio 2002 @ 17:20:00 da Anonymous
Ambiente Anonymous scrive "Quando si parla di stragi annunciate, si pensa sempre a qualcosa di lontano e che, in qualche modo, non può riguardarci da vicino. L'ex stabilimento industriale "Chimeco", invece, evoca lo spettro di una grave catastrofe ambientale proprio dentro casa nostra, al chilometro 18.300 della via Tiburtina, nel cuore della sviluppatissima area industriale di Guidonia.Da ilnordest
Si tratta di un deposito di liquami tossici e nocivi "dimenticato" da troppi anni ormai dalle varie amministrazioni pubbliche che si sono avvicendate. Dimenticanza resa più evidente sia dalla mancata e rischiosissima bonifica, e sia quando si è trattato di dover concedere i permessi di costruzione di nuovi stabilimenti industriali, centri commerciali e alimentari ad un passo dai silos stracolmi di veleni di ogni tipo.





La storia della Chimeco





Lo stabilimento inizia la sua delicata attività nella primavera del 1984, quando la Ecolchimica srl ottiene una autorizzazione provvisoria fino alla fine dell'anno successivo per stoccare, immagazzinare e pretrattare fanghi e liquami industriali altamente inquinanti. Come spesso accade , quello che doveva essere una norma transitoria diventò un dato di fatto e nei silos a cento metri della consolare Tiburtina continuavano ad arrivare tir stracolmi di sostanze in attesa di essere, come si dice in gergo tecnico, "innoquizzate".


Comincia proprio da questo punto un balletto di nomi, società e denominazioni societarie di ditte di smaltimento di rifiuti che sarà oggetto a partire dagli anni successivi di indagini della magistratura e di relazioni di commissioni parlamentari antimafia che iniziavano ad occuparsi della nascita di un fenomeno divenuto oramai famosissimo: l'ecomafia. E' accertato infatti che i legami tra società di trattamento rifiuti e camorra sono talmente stretti da fondersi spesso in un'unica entità a delinquere. La "munnezza" rende più della droga. E anche i rischi sono decisamente inferiori.


Fu così che il quattro gennaio del 1987 la proprietà dell'impianto venne rilevata dalla Ecolchimica Italia Srl, che esattamente sei mesi dopo cambiò la propria denominazione nella tristemente famosa Chimeco Srl, con tanto di insegna in bella mostra a fianco del cancello di ingresso.


Si parlava sopra di "innoquizzazione", cioè del costoso procedimento chimico atto a rendere il meno tossico possibile un materiale ritenuto pericoloso per la salute pubblica e di conseguenza avviarlo ad un smaltimento. Questo è perlomeno quello che si legge nella ragione sociale della ditta e il motivo per il quale fabbriche e stabilimenti industriali di ogni tipo pagavano alla Chimeco parcelle a molti zeri per liberarsi dagli ingombranti scarti di lavorazione. Non la pensavano in questo modo i vertici della ditta, sorpresi dai carabinieri della locale stazione di Bagni di Tivoli nel 1989 intenti con alcuni operai a scaricare ettolitri di veleni in un rigagnolo poco distante in modo da disfarsene in maniera decisamente più economica. Immediato scattò un procedimento di sequestro dell'intero complesso industriale, il blocco dell'attività e la denuncia penale per i titolari da parte dell'autorità giudiziaria. Tanto veloce fu l'intervento della procura, tanto poco durò l'inattività della Chimeco. Tre mesi dopo i pesanti cancelli di ferro si riaprivano al clacson delle autobotti con rimorchio. Non se ne sentì parlare per anni, finché nel 1992, di nuovo con le mani nel sacco, vennero scoperti altri dipendenti dello stabilimento che si disfacevano di un carico di bidoni colmi di oli esausti nei condotti delle fogne. Al nuovo blocco delle attività corrispose anche la revoca di ogni tipo di autorizzazione di scarico. La Chimeco srl venne liquidata e posta in vendita, con il proposito che i nuovi proprietari compissero un opera di bonifica di tutta l'area.


Quella che sembrava l'inizio dei titoli di coda dell'intricato film della Chimeco, si rivelò essere invece la sigla iniziale del dramma dell'innesco della bomba ad orologeria che tutt'ora incombe su migliaia di cittadini nella zona.


Sul palcoscenico salta infatti un personaggio che affolla resoconti e verbali di tutte le commissioni e divisioni antimafia, quel Vincenzo Fiorillo che ritroviamo come socio, amministratore, curatore o semplice consigliere in praticamente tutte le società che si occupano di smaltimento di rifiuti nel centro sud Italia, comprese quelle che hanno avuto arresti importanti ed implicazioni eccellenti come per la vicenda dell'ACNA di Cengio, nella Rona Srl, insieme a Rosario Gava, fratello di Antonio oppure nella Adg costruzioni di Francesco Alfieri, cugino di Carmine.


Fiorillo, dicevamo acquista sottocosto quel che resta della disastrata Chimeco Srl tramite la Tiburtina Gestioni Srl che lo vede socio al 50% con il suo degno compare Vittorio Ugolini, con la speranza che, una volta proceduto alla bonifica del sito, si potesse ottenere nuovamente la concessione di scarico e trattamento dei liquami. Evidentemente, poi, le cose non andarono nella direzione auspicata dai due affaristi, in quanto il rinnovo dei permessi e di conseguenza la tanto auspicata sanificazione non arrivò mai. Neppure quando il 9 dicembre 1997 con un ordinanza della Presidenza del Consiglio Regionale del Lazio si intimava alla proprietà dell'impianto di provvedere immediatamente allo smaltimento dei reflui. I silos e le piscine di contenimento, dopo anni di mancate manutenzioni e incuria stavano cominciando a cedere e, dopo il furto perpetrato da ignoti che avevano sottratto una costosa pompa idraulica, ci fu anche lo spargimento nel suolo del contenuto di uno dei silos.


Si legge a pagina 176 del resoconto della "Commissione Parlamentare di Inchiesta sui rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse" il 28 ottobre 1998 presieduta allora da Massimo Scalia: "Si stima che nei serbatoi e nelle vasche siano presenti circa 2.500 metri cubi di rifiuti liquidi. I rifiuti raccolti quando l'impianto era in funzione sono stati accumulati dal gestore in modo promisquo e mescolati indiscriminatamente tra di loro, sicchè è molto difficile allo stato attuale individuare i rifiuti originari. In ogni caso tutti i rifiuti presenti sono da classificare tossici e nocivi, contrariamente a quanto riportato nell'autorizzazione che prevedeva il trattamento dei rifiuti speciali".


Nonostante l'allarmante situazione, solo pochissime cose sono accadute successivamente, e i veleni pronti a scoppiare sono ancora li. Una schiarita sembrava esserci stata il 23 marzo del 1999, quando sempre per iniziativa della Regione Lazio, avevano fatto la loro comparsa nello stabilimento le tute bianche e le maschere antigas della ditta SIM di Isernia, incaricata di effettuare i necessari rilievi e predisporre la reale bonifica dell'area. L'intento era quello di distruggere direttamente sul posto i rifiuti considerati "speciali non pericolosi", e di portare via quelli più problematici. Nonostante l'interessamento dei carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) coadiuvati dai loro colleghi di Bagni di Tivoli comandati dal maresciallo Guida, e dalla supervisione del dipartimento di Igiene Pubblica della USL coordinato dal dottor Vladimiro Perretta, vennero solamente compiuti i rilievi del caso e portati via pochi bidoni di roba.


Tutto marcisce ancora all'interno delle mura della Chimeco.





Il presente e l'incerto futuro della Chimeco.


Se oggi qualcuno volesse dare indicazioni per raggiungere l'impianto, non potrebbe fare a meno di citare come punti di riferimento, l'enorme centro commerciale costruito sulla destra, il centro di smistamento carni che serve gran parte del territorio nazionale sempre sullo stesso lato, e lo stabilimento industriale alimentare che ha il magazzino a non più di dieci metri dai silos sul versante opposto. Senza contare poi, che esattamente ad un chilometro di distanza stanno sorgendo i nuovi mercati generali della capitale. Tutte realizzazioni decisamente recenti e approvate tranquillamente dal Comune di Guidonia e dalle altre amministrazioni locali competenti senza tener conto dell'ingombrante presenza della Chimeco.


La situazione si è quindi notevolmente aggravata, prima di tutto in quanto con il passare del tempo lo stato di conservazione dei contenitori dei fanghi è peggiorato enormemente a causa delle intemperie, della ruggine e dell'azione corrosiva dei liquami stessi, e poi per via delle nuove presenze commerciali: in caso di incidente un eventuale bilancio dei danni aumenterebbe esponenzialmente rispetto a solo due anni fa.


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