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 Damose da fa...volemose bbene semo Romani! di Antonio Capitano

 .:Inviato Venerdì, 24 febbraio 2006 @ 20:09:35 da Anonymous
Musica e arte Anonymous scrive "



I LUOGHI
Reading di poesie
Sabato 25 Febbraio 2006 | ore 21
Antonio Capitano verrà accompagnato da un solista di chitarra e darà un saggio della sua ultima pubblicazione, nella quale si è cimentato nella stesura di versi in dialetto romanesco.
Sabato 25 febbraio secondo appuntamento con la poesia presso il Circolo Culturale zenZero. Corso Italia 154 villalba


Recensione:
Presentato mercoledi 15 Febbraio grazie ad un'iniziativa organizzata dall' Istituto Comprensivo " Alberto Manzi" di Villalba di Guidonia il volumetto “Damose da Fa”. Volemose BBene. Semo Romani” di Antonio Capitano.

Dopo numerose e fortunate esperienze come attore ed autore di teatro, Antonio Capitano, giovane e valente funzionario del comune di Guidonia Montecelio, conferma il suo talento poliedrico con un volumetto di poesie, che testimonia la sua maturità di uomo e di scrittore. Già nel titolo, “Damose da fa’, volemose bbene”, egli dimostra di aver assimilato in pieno quella che è l’essenza della “Romanità” e conferma di essere - se non di nascita - di spirito e di ideali, un “Romano” verace....



Nei versi, scritti con un linguaggio poetico spontaneo e non del tutto dialettale, traspare quella che è l’indole del vero Romano: una filosofia di vita fatta di buon senso, un atteggiamento a volte ironico, ma più spesso nostalgico, quando non addirittura scettico e disincantato, di fronte ad una realtà in continua evoluzione, ad una società dell’effimero che vive di apparenza e perde i suoi valori più veri. E’ un microcosmo “romanesco” nel linguaggio, quello rappresentato, ma universale nelle situazioni e nei temi, che sfiora a volte con tocco delicato, in punta di penna, altre volte con frasi lapidarie, pesanti come macigni nella loro sobrietà.
La tematica è varia e spazia da argomenti solo in apparenza frivoli a momenti di pensosa intensità. La maggior parte delle poesie tocca gli aspetti più appariscenti della realtà quotidiana, la vita dell’ uomo qualunque alle prese con le difficoltà economiche, il consumismo, la corruzione politica e i giochi di potere, la ricerca ossessiva dell’immagine e dell’eterna giovinezza da mantenere a tutti i costi. Sono versi superficiali solo per un lettore distratto, perché da essi filtra una profonda critica sociale stemperata attraverso una vena ironica, un atteggiamento apparentemente distaccato, che riesce a sdrammatizzare con pochi tratti anche le situazioni più difficili, aprendo la strada al sorriso e alla bonarietà. Ecco l’essenza del famoso “menefreghismo”, quell’ atteggiamento interiore, tutto romano, tanto stigmatizzato, che attraverso le parole dello scrittore viene rivalutato come un “modus vivendi”, necessario per non farsi travolgere dagli eventi, un distacco dalle cose per mantenere un sano equilibrio e perseguire quell’ aspirazione ad una vita tranquilla, impermeabile di fronte ad ogni elemento che potrebbe turbare l’armonia interiore spesso faticosamente raggiunta.
Un’altra serie di poesie, dal tono più sommesso ed intimista, lascia trasparire velate esperienze autobiografiche, la ricerca di valori duraturi, l’alternarsi di speranze e delusioni, la consapevolezza della fugacità del tempo e delle occasioni che passano e, non ultimo, l’incontro-scontro con il mondo e l’animo femminile, osservato con fine sensibilità e senza malizia. Lo stato d’animo dominante è il fatalismo, inteso non come passiva rassegnazione, ma cosciente accettazione dei propri limiti, non come amarezza, ma disincantato realismo di fronte al dipanarsi delle vicende della vita. Quotidianità ed umanità: ecco in sintesi le note dominanti di questa breve opera poetica.
Non può mancare, in un testo così permeato di attualità, un pensiero per i grandi uomini del nostro tempo, quelli che - per la loro sensibilità verso la gente comune - l’autore sente più vicini ed in particolare i grandi romani della cultura contemporanea che, senza rinnegare gli scrittori dialettali del passato, hanno diffuso attraverso il cinema, il teatro, la canzone il senso della “Romanità”: Petrolini, Sordi, Fiorentini: tre grandi punti di riferimento che hanno permesso allo scrittore di conoscere e amare Roma nei suoi aspetti più veri, che hanno arricchito, con le parole e la musica, la sua umanità.
E infine c’è Roma, protagonista di tutta l’opera, mai nominata apertamente ma sempre presente come sfondo, teatro di tutti i momenti di vita tracciati nei versi: Roma domina su tutto e su tutti, traspare dietro ogni parola. In apertura quel Tevere “pieno”, gonfio quasi di lacrime più che di sporco, un Tevere che sembra quasi voler lanciare, con l’abbondanza delle sue acque ormai ingiallite, un monito non solo ai Romani ma al mondo intero, un mondo che ha perduto la sua bellezza, annientato dall’incuria dell’uomo, il fiume lungo il cui corso sembrano scivolare, trasportate dalla corrente le immagini e le sensazioni che costituiscono l’essenza di questo volumetto. E per chiudere la visione di piazza San Pietro di notte, con “la luna piena accanto ar Cupolone”, l’immagine iconografica forse più famosa, che tutti - Romani e non - hanno nel cuore e l’atmosfera magica della notte di Natale, il momento in cui “le vetrine de la vita so’ illuminate a giorno” e la luce della speranza viene a riscaldare tutti i cuori. Quale migliore chiusura per un’opera che, apparentemente semplice e leggera, vibra invece di profonda umanità.




I LUOGHI
Reading di poesie
Sabato 25 Febbraio 2006 | ore 21


Antonio Capitano verrà accompagnato da un solista di chitarra e darà un saggio della sua ultima pubblicazione, nella quale si è cimentato nella stesura di versi in dialetto romanesco.
Sabato 25 febbraio secondo appuntamento con la poesia presso il Circolo Culturale zenZero. Corso Italia 154 villalba
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