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 La farsa del secolo

 .:Inviato Martedì, 01 novembre 2005 @ 18:30:31 da Giancarlo
Opinioni Giancarlo scrive "
di Daniele Scalea



È cominciato a Baghdad il "processo del secolo", com’è stato ribattezzato dagl’illuminati media occidentali.

In realtà, si dovrebbe parlare di "bufala del secolo". Quello a carico di Saddam Hussein, legittimo presidente della Repubblica d’Iraq, è un processo farsa, privo delle più elementari garanzie giuridiche, e con una sentenza già scritta dalla potenza straniera occupante.

Hussein è il legittimo presidente dell’Iraq, perché al momento il paese è occupato dall’esercito statunitense, e dunque il governo instauratovi è un semplice governo fantoccio. Solo se i Nordamericani dovessero lasciare completamente l’Iraq, e il governo collaborazionista riuscisse a mantenersi al potere, allora esso sottrarrebbe a Hussein quella legittimità che ancora, indubitabilmente, possiede.

Il valore di simili processi lo conosciamo, avendo una lunga esperienza che va da Norimberga a L’Aja: il vincitore senza pietà (o lo sconfitto rancoroso; ma il soggetto è sempre il medesimo) si proclama unilateralmente "Bene", e pertanto il nemico incarna il "Male" assoluto; il Bene, senza dubbio, ha diritto di giudicare il Male, ed è ontologicamente infallibile. In realtà, quest’infallibilità deriva non tanto dall’infondata pretesa d’essere la giusta parte, quanto dalle sentenze che sono scritte a priori, senza tener conto della dimostrazione delle accuse. È stato così per i tedeschi giudicati e condannati alla forca a Norimberga, per una presunta partecipazione ad un presunto sterminio degli Ebrei, o semplicemente perché rei d’aver combattuto il "Bene" (i famosi "crimini contro la pace"). L’ex presidente jugoslavo, Slobodan Milosevic, dalla sua cella olandese sta riuscendo facilmente a smontare le ridicole accuse della nostra concittadina (non lo diciamo con fierezza) Carla del Ponte; eppure sarà condannato. E Saddam Hussein?

Gli stessi Stati Uniti d’America, attraverso indagini ufficiali e pubbliche, hanno riconosciuto che il massacro di Halabia non trova alcuna responsabilità nelle autorità irachene: gl’Iraniani (a quel tempo i due paesi erano in guerra) fallirono un lancio di shrapnel carichi di gas letale, colpendo, anziché le truppe irachene, il villaggio curdo e provocando una strage.

Ma non è da quest’episodio ch’è partito il sedicente "processo" al Ra’is; né dagl’improbabili "strumenti di tortura" ritrovati "casualmente" nello stadio di Baghdad, dopo oltre due anni d’occupazione! Il processo-farsa a Saddam Hussein parte dalle accuse inerenti la repressione dei moti sovversivi nel meridione sciita. Sappiamo tutti che il Presidente iracheno non amava trattare con i guanti (come la quasi totalità dei governanti storici dell’Iraq), e s’è distinto nella repressione di oppositori e nemici della nazione. Ciò detto, ha ben poco da moralizzare chi, come George W. Bush, ha varato il liberticida Patriot Act, condotto due invasioni proditorie a paesi sovrani e apertamente rifiutato di rispettare qualsivoglia convenzione di guerra.

Dopo la prima invasione statunitense dell’Iraq (Seconda Guerra del Golfo), gli Sciiti si sollevarono contro il regime ba’athista: Hussein è biasimato per aver represso nel sangue la rivolta. Ebbene: cos’altro avrebbe dovuto fare? Se domani i siciliani o i sudtirolesi si ribellassero chiedendo l’indipendenza, Roma non avrebbe il diritto di difendere l’unità nazionale con ogni mezzo? Mosca non sta facendo lo stesso in Cecenia? A suo tempo, i "prodi" nordisti statunitensi non scatenarono una sanguinosa guerra civile pur d’impedire la secessione degli stati del sud (secessione che pure rientrava nei diritti riconosciuti costituzionalmente?). Perché mai ad alcuni sono riconosciuti diritti di cui altri non dovrebbero godere? Sono proprio i profeti dell’egualité ad applicare quest’odioso discrimine: come direbbe Orwell, per loro tutti siamo uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

Saddam Hussein, evidentemente, è "meno uguale": perciò sarà condannato, a prescindere che i crimini a lui ascritti siano dimostrati e riconosciuti come tali. Sarà condannato, perché la "liberazione dell’Iraq da un perfido tiranno" è la sola residua scusa rimasta a Washington per giustificare i propri crimini, dopo che le menzogne delle armi di sterminio di massa e della collusione con Al Qaida si sono rivelate tali. Saddam Hussein sarà condannato, plausibilmente a morte, e andrà ad ingrossare le fila dei martiri caduti per salvare il proprio paese dall’insaziabile antropofagia anglosassone: un esercito d’eroi che unisce Italiani, Tedeschi, Russi, Cinesi, Coreani, Vietnamiti, Giapponesi, Sudamericani e Arabi in gran numero. Un esercito di martiri che, dall’Aldilà, starà senz’altro trepidando per la futura vittoria della Resistenza Irachena.

Daniele Scalea

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