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 Pantaloni a vita bassa: una riflessione

 .:Inviato Sabato, 23 ottobre 2004 @ 10:26:54 da webmaster
Opinioni INSEGNARE a scuola mette in contatto con le verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po' sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi. Ebbene, oggi una ragazza di quindici anni, un'allieva che non aveva mai rivelato una particolare brillantezza, ha fatto una riflessione che mi ha lasciato a bocca aperta.
Eravamo negli ultimi dieci minuti di lezione, quelli che
 spesso si spendono in chiacchiere con gli alunni. La 
ragazza raccontava di volersi comprare un paio di 
mutande di Dolce e Gabbana, con quei nomi stampati 
sull'elastico che deve occhieggiare bene in vista fuori 
dai pantaloni a vita bassa.

Io le obiettavo che lungo la Tuscolana, alle sei di 
pomeriggio, passeggiano decine e decine di ragazze 
vestite così.


Non è un po' triste ripetere le scelte di tutti, rinunciare 
ad avere una personalità, arrendersi a una moda 
pensata da altri? E da bravo professore un po' pedante 
le citavo una frase di Jung: "Una vita che non si 
individua è una vita sprecata".

Insomma, facevo la mia solita parte di insegnante che 
depreca la cultura di massa e invita ogni studente a 
cercare la propria strada, perché tutti abbiamo una 
strada da compiere.



A questo punto lei mi ha esposto il suo ragionamento, 
chiaro e scioccante: "Professore, ma non ha capito che 
oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una 
personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente 
che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno 
quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e 
non saranno mai niente. Io l'ho capito fin da quando 
ero piccola così.

La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie 
amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio 
quel ragazzo moro o quell'altro biondo.

Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi 
possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle 
di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di 
distinguerci. Noi siamo la massa informe".



Tanta disperata lucidità mi ha messo i brividi addosso. 
Ho protestato, ho ribattuto che non è assolutamente 
così, che ogni persona, anche se non diventa famosa, 
può realizzarsi, fare bene il suo lavoro e ottenere 
soddisfazioni, amare, avere figli, migliorare il mondo in 
cui vive.

Ho protestato, mettendo in gioco tutta la mia vivacità 
dialettica, le parole più convincenti, gli esempi più 
calzanti, ma capivo che non riuscivo a convincerla.

Peggio: capivo che non riuscivo a convincere nemmeno 
me stesso. Capivo che quella ragazzina aveva 
espresso un pensiero brutale, orrendo, insopportabile, 
ma che fotografava in pieno ciò che sta accadendo 
nella mente dei giovani, nel nostro mondo.



A quindici anni ci si può già sentire falliti, parte di un 
continente sommerso che mai vedrà la luce, puri 
consumatori di merci perché non c'è alcuna possibilità 
di essere protagonisti almeno della propria vita.

Un tempo l'ammirazione per le persone famose, per chi 
era stato capace di esprimere - nella musica o nella 
letteratura, nello sport o nella politica - un valore più 
alto, più generale, spingeva i giovani all'emulazione, li 
invitava a uscire dall'inerzia e dalla prudenza mediocre 
dei padri.

Grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli. Oggi 
domina un'altra logica: chi è dentro è dentro e chi è 
fuori è fuori per sempre.



Chi fortunatamente ce l'ha fatta avrà una vita vera, tutti 
gli altri sono condannati a essere spettatori e a 
razzolare nel nulla.



Si invidiano i vip solo perché si sono sollevati dal fango, 
poco importa quello che hanno realizzato, le opere che 
lasceranno. In periferia ho conosciuto ragazzi che 
tenevano nel portafoglio la pagina del giornale con le 
foto di alcuni loro amici, responsabili di una rapina a 
mano armata a una banca. Quei tipi comunque erano 
diventati celebri, e magari la televisione li avrebbe pure 
intervistati in carcere, un giorno.



Questa è la sottocultura che è stata diffusa nelle infinite 
zone depresse del nostro paese, un crimine contro 
l'umanità più debole ideato e attuato negli ultimi 
vent'anni. Pochi individui hanno una storia, un destino, 
un volto, e sono gli ospiti televisivi: tutti gli altri già a 
quindici anni avranno solo mutande firmate da mostrare 
su e giù per la Tuscolana e un cuore pieno di 
desolazione e di impotenza. 


I.I.S Pacinotti

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"Pantaloni a vita bassa: una riflessione" | Login/Crea Account | 1 commento
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Re: Pantaloni a vita bassa: una riflessione (Voto: 0)
di Anonymous il Mercoledì, 27 ottobre 2004 @ 10:37:26
Questo testo e' stato preso da un sito scolastico, cosi' come citato alla fine dello stesso. E' stato messo su Aniene.net pensando all'autenticita' del la fonte, cioe' che derivasse da esperienza personale nell'ambito di un esercizio di funzioni di un insegnante di quell'istituto.
Poi simao venuti a sapere che e' una esperienza pubblicat nei giorni scorsi su Repubblica che ha creato un dibattito in meriot ai contenuti espressi molto interessante.
A questo punto l'esperienza fatta insegna almeno un paio di cose:
che cio' che si trova in rete o anche nella vita quotidiana non sempre e' verace e che , a questo punto e' lecito dubitare fortemente dei contenuti espressi nell'ambito del testo.

Il motivo del dubbio non e' la pubblicazione su una testata nazionale, ma il contenuto stesso dell'articolo che fa riflettere su come l'informazione puo' essere vista da un punto non obiettivo legato ai pregiudizi del tempo in cui si vive.
Anche su questi punti ci sarebbe da meditare, e fortemente...
ppan


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