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 La promessa di un mondo senza copyright (1 - le origini)

 .:Inviato Martedì, 24 febbraio 2004 @ 09:13:27 da Giancarlo
Cultura e Scienza Giancarlo scrive "La storia del copyright ci spiega come esso è nato per proteggere un modello di business e non gli interessi degli artisti. Ed ha origine dalla censura.

La promessa di un mondo senza copyright
di Karl Fogel 3 gennaio 2004
http://www.red-bean.com/kfogel/writings/copyright.html

C'è un gruppo di persone che non sono sorprese dalla recente decisione dell'industria discografica di andare in giudizio contro utilizzatori scelti a caso del file sharing: gli storici del copyright. Essi già sanno ciò che tutti gli altri stanno scoprendo lentamente: che il copyright non ha mai riguardato il pagamento degli artisti per le loro opere; più che essere pensato per aiutare gli inventori, il copyright è stato pensato da e per i distributori - cioè quelli che pubblicano, oggi comprendenti le aziende discografiche.
Ma ora che Internet ci ha dato un mondo senza costi di distribuzione, non ha più senso restringere la condivisione per pagare una distribuzione centralizzata. Non solo è possibile abbandonare il copyright, ma anche desiderabile. Sia gli artisti che gli utenti ne avrebbero beneficio, sia dal punto di vista finanziario che estetico. Invece di quelli che aprono le porte delle aziende e determinano cosa può essere distribuito e cosa no, un processo di filtro molto più fine consentirebbe ai lavori di diffondersi solo in base al loro merito. Si vedrebbe un ritorno alla vecchia e ricca cosmologia della creatività, in cui la libera copia e prestito di opere dagli altri è semplicemente una parte normale del processo creativo, un modo per riconoscere le proprie sorgenti e di migliorare in base a ciò che è stato fatto in passato. E la vecchia bufala che gli artisti hanno bisogno del copyright per guadagnarsi da vivere si rivelerebbe per la pretesa che è sempre stata.

Naturalmente niente di tutto ciò succederà se l'industria continuerà il suo corso. Per tre secoli, l'industria editoriale ha lavorato duramente per oscurare le vere origini del copyright, e per sostenere il mito che esso è stato inventato da scrittori ed artisti. Ancora oggi essi continuano la campagna per leggi più dure contro la condivisione, per trattati internazionali che obblighino gli stati ad adeguarsi alle più strette regolamentazioni sul copyright e soprattutto ad assicurarsi che il pubblico non chieda mai chi esattamente questo sistema vuole aiutare.

Il premio a questi sforzi si vede nelle reazioni del pubblico alle pene per lo scambio di file. Anche se molti concordano che questa volta l'industria si è spinta troppo in là, l'errore viene trattato principalmente come un errore di gradazione - come se le industrie discografiche avessero buone ragioni, ma semplicemente fossero ricorse ad un eccesso di forza nel sostenerle.

Leggere la vera storia del copyright equivale a capire come questa reazione giochi completamente nelle mani dell'industria. Le aziende discografiche in realtà non si preoccupano se esse vinceranno o perderanno i processi. A lungo termine, esse nemmeno si aspettano di eliminare il file sharing. Ciò per cui esse combattono è molto più grande. Esse combattono per mantenere uno stato mentale, un'attitudine verso il lavoro creativo che dice che qualcuno deve possedere i prodotti della mente e controllare chi può copiarli. E posizionando il tutto come una contesa tra gli Artisti Assediati, che si suppone abbiano bisogno del copyright per pagare l'affitto, e le Masse Irragionevoli, che vorrebbero copiare una storia o una canzone da Internet piuttosto che pagare un prezzo adeguato, l'industria ha avuto un successo sorprendente. Essi sono riusciti a sostituire i termini caricati "pirateria" e "furto" al più preciso "copia" - come se non ci fosse differenza tra rubare la tua bicicletta (adesso tu non hai più la bicicletta) e copiare la tua canzone (adesso tutti e due abbiamo la canzone). Fatto ancora più importante, la propaganda dell'industria ha fatto diventare una credenza comunemente accettata l'idea che il copyright sia il modo in cui la maggior parte dei creatori guadagnano da vivere - che senza copyright i motori della produzione intellettuale si fermerebbero e gli artisti non avrebbero nè mezzi nè motivazioni per produrre nuove opere.

Ancora una visione ravvicinata della storia mostra che il copyright non è mai stato un fattore importante per consentire la fioritura della creatività. Il copyright è un sottoprodotto della privatizzazione della censura governativa nell'Inghilterra del sedicesimo secolo. Non ci fu alcun sollevamento di autori che chiedevano improvvisamente il diritto di impedire agli altri di copiare i loro lavori; gli autori, ben lontani dal vedere la copia come furto, generalmente la vedevano come adulazione. La maggior parte del lavoro creativo è sempre dipeso, allora e oggi, da una diversità di fonti di finanziamento: commissioni, lavori d'insegnamento, concessioni o stipendi, patrocinio, etc. L'introduzione del copyright non cambiò questa situazione. Ciò che esso fece fu consentire un particolare modello di business - la stampa di massa con distribuzione centralizzata -- per rendere disponibili poche opere fortunate ad un'udienza più ampia, con considerevole profitto dei distributori.

L'arrivo di Internet, con la sua distribuzione istantanea a costo zero, ha reso obsoleto quel modello di business - non soltanto obsoleto, ma un ostacolo a quei grandi benefici che si dichiarava che il copyright dovesse portare in primo luogo alla società. La proibizione al popolo di condividere liberamente informazioni non serve a nessun altro interesse che a quello degli editori. Anche se le industrie vorrebbero farci credere che la proibizione della condivisione è qualcosa che ha a che vedere con il consentire agli artisti di guadagnarsi da vivere, la loro affermazione non regge nemmeno ad un esame superficiale. Per la grande maggioranza degli artisti il copyright non porta alcun beneficio economico. Vero, ci sono poche stars - alcuni dei quali con grande talento - le cui opere sono appoggiate dall'industria; essi ricevono la parte del leone dell'investimento in distribuzione e generano in modo analogo il profitto più grande, che viene condiviso con l'artista in termini migliori dell'usuale, perchè la posizione di negoziazione dell'artista è più forte. In modo per niente incidentale, queste stars sono quelli che l'industria sostiene come esempi dei benefici del copyright.

Ma trattare questi piccoli gruppi come rappresentativi vorrebbe dire confondere il marketing con la realtà. La vita della maggior parte degli artisti non appare per niente simile alla loro e mai lo sarà, sotto l'attuale sistema basato sul profitto. Ecco perché lo stereotipo dell'artista impoverito rimane vivo e vegeto dopo trecento anni.

La campagna dell'industria editoriale per mantenere il copyright è intrisa di puro interesse personale, ma ci forza ad una scelta chiara. Possiamo guardare a come gran parte della nostra eredità culturale è contenuta in una macchina per vendere e rivenduta a noi dollaro per dollaro - oppure possiamo riesaminare il mito del copyright e trovare un'alternativa.
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La prima legge sul copyright fu una legge di censura. Essa non aveva niente a che fare con la protezione dei diritti degli autori, o con il loro incoraggiamento a produrre nuove opere. I diritti degli autori non correvano alcun rischio nell'Inghilterra del sedicesimo secolo ed il recente arrivo della macchina per stampare (la prima macchina per copiare del mondo) era qualcosa che stimolava gli scrittori. Così stimolante, infatti, che il governo inglese cominciò a preoccuparsi per le troppe opere che venivano prodotte, non troppo poche. La nuova tecnologia, per la prima volta, stava rendendo ampiamente disponibili letture sediziose ed il governo aveva bisogno urgente di controllare il fiume di materiale stampato, essendo allora la censura una funzione amministrativa legittima come la costruzione di strade.

Il metodo scelto dal governo fu di stabilire una corporazione privata di censori, la London Company of Stationers (Corporazione dei Librai di Londra), i cui profitti sarebbero dipesi da quanto bene essi avrebbero realizzato il proprio lavoro. Agli Stationers fu concesso il diritto su tutta la stampa in Inghilterra, sia per le vecchie opere che per le nuove, come premio per mantenere un occhio stretto su ciò che veniva pubblicato. Il loro documento di concessione diede loro non solo il diritto esclusivo di stampare, ma anche il diritto di cercare e confiscare le stampe ed i libri non autorizzati e addirittura di bruciare i libri stampati illegalmente. Nessun libro poteva essere stampato fino a che non era entrato nel Registro della corporazione e nessun'opera poteva essere aggiunta al registro finchè non aveva passato il censore della corona, o era stato auto - censurato dagli Stationers. La Company of Stationers diventò, in effetti, la polizia privata per il profitto del governo [1].

Il sistema era stato apertamente progettato proprio per servire i venditori di libri ed il governo, non gli autori. I nuovi libri venivano immessi nel registro della corporazione sotto il nome di un membro della corporazione, non sotto il nome dell'autore. Per convenzione, il membro che aveva registrato il libro manteneva il "copyright", il diritto esclusivo di pubblicare quel libro sugli altri membri della corporazione, e la Court of Assistants della Corporazione risolveva le dispute su eventuali infrazioni [2].

Questa non fu semplicemente una nuova manifestazione di qualche forma preesistente di copyright. Non è come se gli autori avessero avuto precedentemente il copyright, che ora era stato portato via a loro e dato agli Stationers. Il diritto degli Stationers era un nuovo diritto, per quanto fosse basato su una lunga tradizione di concedere i monopoli alle corporazioni, in modo da usarle come mezzo di controllo. Prima di questo momento il copyright - cioè il generico diritto, tenuto privatamente, di proibire agli altri la copia - non esisteva. La gente normalmente stampava le opere che ammirava quando aveva la possibilità, un'attività che è responsabile della sopravvivenza di molte di quelle opere fino al giorno d'oggi. Si potrebbe naturalmente proibire la distribuzione di un documento specifico a causa del suo potenziale effetto diffamatorio, o perché esso era una comunicazione privata, o perché il governo lo considera pericoloso e sedizioso. Ma queste sono ragioni di salute pubblica o danno alla reputazione, non di diritto di proprietà. In alcuni casi c'erano stati anche privilegi particolari (allora chiamati "patenti") che consentivano la stampa esclusiva di certi tipi di libri. Ma fino alla Company of Stationers non c'era stata un'ingiunzione globale contro la stampa in generale, né una concezione del copyright come una proprietà legale che potesse essere posseduta da una parte privata.

Per circa tre secoli e mezzo questa associazione funzionò bene per il governo e per gli Stationers. Gli Stationers trassero profitto dal loro monopolio e il governo esercitò il controllo sulla diffusione delle informazioni tramite gli Stationers. Tuttavia, verso la fine del diciassettesimo secolo, a causa di maggiori cambiamenti politici, il governo allentò le sue politiche censorie e fece terminare il monopolio degli Stationer. Ciò significava che la stampa sarebbe dovuta ritornare al proprio stato anarchico precedente e naturalmente fu una minaccia economica ai membri della corporazione, abituati come erano ad avere la licenza esclusiva di produrre libri. La dissoluzione del monopolio avrebbe potuto essere buona per autori a lungo soppressi e stampatori indipendenti, ma essa suonava come un disastro per gli Stationers, ed essi rapidamente elaborarono una strategia per mantenere la loro posizione nel nuovo clima politico liberale.

Gli Stationers basarono la loro strategia su un riconoscimento cruciale, che da allora è rimasto per sempre alle aziende editoriali: gli autori non hanno i mezzi per distribuire le proprie opere. Scrivere un libro richiede solo penna, carta e tempo. Ma la distribuzione di un libro richiede presse per la stampa, reti di trasporto ed investimenti iniziali in materiali e macchine compositrici. Così, ragionarono gli Stationers, le persone che scrivono avranno sempre bisogno della collaborazione di un editore per rendere il loro lavoro disponibile alla generalità. La loro strategia usò questo fatto per il massimo vantaggio. Essi andarono in Parlamento e fornirono l'argomento, basato sul romanzo-di-allora, che gli autori avevano un diritto di proprietà naturale ed inerente su ciò che scrivevano e che inoltre questa proprietà poteva essere trasferita ad altre parti per contratto, come ogni altra forma di proprietà.

Il loro argomento riuscì a convincere il Parlamento. Gli Stationers avevano fatto in modo da evitare l'odio verso la censura, poichè i nuovi diritti di riproduzione avrebbero avuto origine dall'autore, ma essi sapevano che gli autori avrebbero avuto ben poche possibilità di scelta oltre che firmare per trasferire questi diritti ad un editore per la pubblicazione. Ci fu qualche disputa giudiziaria e politica sui dettagli, ma alla fine tutte e due le metà dell'argomento degli Stationers sopravvissero essenzialmente intatte e diventarono parte della statutory law inglese. Il primo copyright riconoscibilmente moderno, lo Statute of Anne (Statuto di Anna) fu approvato nel 1710.

Lo Statuto di Anna viene spesso richiamato dai campioni del copyright come il momento in cui gli autori ricevettero finalmente la protezione che essi meritavano da tempo. Ancora oggi esso viene referenziato, sia in argomentazioni legali che in stampati dell'industria editoriale. Ma interpretarlo come una vittoria degli autori contrasta sia con il comune buon senso che con i fatti storici [3]. Gli autori, che non avevano avuto il copyright, non vedevano nessuna ragione di chiedere improvvisamente il potere piuttosto paradossale di evitare la diffusione delle proprie opere, e non lo fecero. Le sole persone preoccupate della dissoluzione del monopolio degli Stationers erano gli Stationers stessi, e lo Statuto di Anna fu il diretto risultato della loro campagna di lobbying. Nelle memorabili parole del contemporaneo Lord Camden, gli Stationers "…vennero in Parlamento nella forma di supplicanti, con le lacrime agli occhi, infelici e sfiduciati; essi portarono con sé mogli e bambini per provocare compassione e indurre il Parlamento a garantire loro una sicurezza legale." [4] Per rendere più appetibili i loro argomenti, essi avevano proposto che il copyright fosse originato dall'autore, come una forma di proprietà che poteva essere venduta a chiunque - aspettandosi correttamente che il diritto sarebbe stato venduto quasi sempre ad un editore.

[continua ]


[1] Questi eventi si possono leggere in ogni storia del copyright. Una buona risorsa on-line sulle conseguenti implicazioni legali è "Copyright And `The Exclusive Right' Of Authors" (Il copyright e il "Diritto Esclusivo" degli autori)
http://www.lawsch.uga.edu/jipl/old/vol1/patterson.html
Journal of Intellectual Property, Vol. 1, No.1, Fall 1993,
del professor Lyman Ray Patterson, Pope Brock Professor di Legge
all'Università di Georgia, un noto studioso della proprietà intellettuale. La sua descrizione delle origini del copyright è concisa e rivelatrice:

Nella storia anglo americana del copyright l'evento che causò gli eventi formanti del diciassettesimo e diciottesimo secolo fu la Charter of the Stationers' Company (Carta della Corporazione dei Librai) concessa nel 1556 da Filippo e Maria …. La Carta diede agli Stationers il potere di fare "ordinanze, condizioni e leggi" per la gestione della "arte o mistero della scrittura", come pure il potere di cercare stamperie e libri illegali ed oggetti, insieme al potere di "requisire, prendere o bruciare i predetti libri e oggetti, e qualsiasi di essi stampato o da stampare in contrasto con la forma di ogni statuto, atto o proclamazione …"
Il potere di bruciare i libri offensivi fu un beneficio per il sovrano (un'arma contro le pubblicazioni illegali) ed un vantaggio per gli stationers (un'arma contro la concorrenza). La possibilità di bruciare i libri mostra così la reale motivazione della Carta, assicurare la fedeltà al sovrano degli stationers come poliziotti della stampa in un mondo incerto.


[2] "An Unhurried View of Copyright" (Una visione serena del copyright), Benjamin Kaplan
Columbia University Press, 1967, pp. 4-5.
[3] Patterson, in [1], giunge al punto da dichiarare "La caratterizzazione del copyright, così come definito nello statuto, come una protezione dei diritti dell'autore è una delle più grandi bufale della storia."
[4] Kaplan, p. 6.





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