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 Open Source: quale ruolo nell'economia?

 .:Inviato Giovedì, 12 febbraio 2004 @ 13:37:27 da titiro
Software Libero Mai nessuno fornisce niente per niente. E' lapalissiano e forse è proprio per questo che l'Open Source è di questi tempi al centro di tanti dibattiti tra gli addetti ai lavori della cosiddetta Information e Communication Technology. L'Open Source sottende un preciso schema organizzativo economico che può non essere immediatamente comprensibile, e che certamente ha molti risvolti. Scopo di questo articolo è fare una analisi del fenomeno del “software open source” contrapponendolo al “software proprietario”, identificandone caratteristiche salienti da un punto di vista economico, citando esperienze ed atteggiamenti esteri, riportando considerazioni di esperti in tema di impatti sul sistema economico del paese, con alcuni spunti specifici in ambito Pubblica Amministrazione ed una proposta di una possibile linea di azione. Open Source e Software Proprietario Ogni programma che utilizziamo abitualmente, a partire dal sistema operativo, fino ai software per la scrittura (word processing) o per il calcolo (spread sheet) o per il disegno (Cad), etc., ci si presenta in formato eseguibile, cioè pronto per l'uso, direttamente comprensibile dal computer. Doppio clic sull'icona e il programma si avvia. Ogni programma eseguibile è infatti scritto nel microlinguaggio fatto di numeri che il computer comprende perfettamente. Ma chi scrive il software, normalmente utilizza dei linguaggi che assomigliano all'inglese, facilmente comprensibili dai programmatori. Questi linguaggi si chiamano Pascal, C, Java, Basic, Fortran, Cobol, etc. Il software scritto in questi linguaggi è detto sorgente (dall'inglese source). La sostanza è che un programma in forma di sorgente è modificabile, è come un'autovettura col cofano apribile. Un programma eseguibile non è modificabile da nessuno, è come un'autovettura col cofano sigillato. Normalmente tutti noi abbiamo a che fare con programmi in formato eseguibile. Li comperiamo a scatola chiusa. Negli anni ottanta, in America, Richard Stallman, propose di distribuire programmi in formato sorgente, per consentire a chiunque (ne fosse in grado) di studiarne e migliorarne le funzionalità. Propose una licenza, la GNU Public License, introdusse il concetto di CopyLeft, opposto al concetto di CopyRight: In sintesi, chiunque vuole modificare del software aperto deve rilasciare a sua volta le modifiche alla comunità. Inventò l'OpenSource, o sorgente aperto o software libero (www.fsf.org). Con OpenSource si intendono generalmente tutti quei programmi software dei quali si dispone dei codici sorgente: una descrizione intelliggibile delle istruzioni che il programma fa eseguire al computer, descrizione che può essere letta, compresa, modificata, adattata. Negli anni, grazie anche allo sviluppo di Internet, la comunità degli sviluppatori OpenSource è cresciuta fino a diventare globale ed ha prodotto software aperto in grado di occupare praticamente tutte le nicchie precedendemente occupate solamente dal software “chiuso”. Linux è l'esempio più conosciuto. Linux è un kernel, il nucleo di un sistema operativo, la parte spesso indicata per il tutto. Linux è stato sviluppato da uno studente Finlandese, Linus Torvald del 1991. E da allora è cresciuto grazie all'apporto di migliaia di contributori di tutto il mondo. Gli strumenti che stanno al di sopra del nucleo, l'interfaccia grafica, i server web, i database, i programmi di produttività individuale, le suite office, i programmi didattici, sono prodotti da altrettante migliaia di persone e disponibili sulla rete. (www.sourceforge.net è uno dei grandi siti-deposito di software libero). La navigazione in Inernet, la posta elettronica, la condivisione dei file in rete locale con tutti gli altri sistemi, è tutto compreso. L'interazione col computer è identica in un sistema Linux rispetto ad un sistema propietario come Macintosh, Windows o OS/2 (barra dei programmi, icone, cartelle, menu, finestre, mouse, etc). In più l'interfaccia grafica di Linux è altamente personalizzabile, per adattarsi alle necessità, ai gusti e alle abitudini dei più disparati utenti. In Linux strumenti come OpenOffice consentono di leggere e scambiare file nei formati proprietari della suite Office di Microsoft. E OpenOffice è gratuito e liberamente scaricabile da Internet (www.openoffice.org ). Questi strumenti distribuiti gratuitamente sono oggi in grado di coprire pressochè la totalità delle necessita operative di privati, imprese, pubblica amministrazione. Il modello economico sotteso dall'Open Source Chi ci guadagna con l'OpenSource? Come fa a sopravvivere un modello dove è tutto gratis? La risposta è complessa. Spesso molti programmatori sono sponsorizzati da aziende, che guadagnano in conoscenza e in ottime componenti software. Altre aziende (i distributori di software Open Source), guadagnano assemblando componenti OpenSource su dei Cd-Rom pronti all'uso. Società come Suse, RedHat, Mandrake, Debian, sono diventate famose per aver realizzato delle collezioni di software OpenSource attorno a Linux, complete di procedura di installazione, in grado di rimpiazzare completamente un sistema server o desktop, completo di suite Office compatibile (www.suse.com, www.redhat.com). Ma che cosa vendono? Linux? No, assolutamente, Linux è public-domain, invendibile per definizione. I distributori rivendono il supporto su cui memorizzano la distribuzione di software, i manuali, l'assistenza telefonica o via email, un sistema di aggiornamenti automatico via Internet, corsi, etc. E funzionano bene, visto che recentemente la tedesca SUSE Linux è stata comperata da Novell Corp. Per 210 milioni di Dollari. IBM, Hewlett Packard, SUN Microsystem ed altre aziende sponsorizzano il modello OpenSource. Perchè hanno tutto da guadagnare nell'offrire servizi di gestione e assistenza a chi usa software OpenSource. Il modello OpenSource è ben supportato dai distributori e dalle grandi aziende (vedi www.ibm.com/linux, www.hp.com/linux, www.sun.com/linux ). La versatilità e l'apertura del codice OpenSource consente ad un programmatore esperto di intervenire ed estendere, migliorare il codice. Centri di ricerca, scuole di tutti gli ordini e gradi, aziende private, professionisti, studenti, utenti finali possono trarne grande beneficio. Ma anche istituzioni pubbliche e di governo. La scuola è probabilmente uno degli ambienti in cui i benefici di un sistema aperto sono maggiori. Gli studenti possono smontare e rimontare il software per capire come funziona il computer. Anche i maggiori esperti italiani in materia di software condividono l'opinione che la disponibilità del codice sorgente è utile per svolgere sperimentazioni e attività didattiche E l'OpenSource è una strada veramente didattica, sia per l'apertura intrinseca che per la interconnessione di esperienze ed intelligenza a livello accademico presente in Internet. Senza porsi il problema delle licenze (posso o non posso usare il tal software?) mentre si studia ed impara. aziendale ? Lo si esegue direttamente tramite DOSEMU, un emulatore di MS-DOS (www.dosemu.org). Tramite un'altra risorsa OpenSource, WINE (www.winehq.org), si ha un'emulazione dell'ambiente Windows che consente di eseguire direttamente dal desktop di Linux la maggior parte dei programmi Windows. Per chi volesse far convivere per qualsiasi ragione i due ambienti, VMware (www.vmware.com) consente di eseguire una sessione completa di Windows all'interno di una finestra Linux. I docenti sono in grado di affrontare l'insegnamento dell'uso dell'OpenSoftware? Non c'è che una risposta: si, o lo sono o dovranno assolutamente esserlo! O perderanno e insieme perderemo l'ennesimo treno tecnologico. L' Open Source nella Pubblica Amministrazione Focalizziamo l'attenzione sul sistema Pubblica Amministrazione. Cosa succede nel mondo? Novembre 2003, il Brasile ha scelto di adottare per la Pubblica Amministrazione software OpenSource; i 34 milioni di dollari spesi ogni anno per software proprietario pesano troppo sul bilancio brasiliano. Il comune di Monaco di Baviera ha scelto a marzo 2003 di migrare tutti i 14.000 computer attuali, sulla base di un preciso piano, verso Linux: a nulla è servita la missione transatlantica di Steve Ballmer, Amministratore Delegato della Microsoft, per cercare di dissuadere il Sindaco. La risposta è stata semplice: il Consiglio Comunale ha votato, il Sindaco non può cambiare una delibera già presa. La Russia di Putin ha finanziato e certificato per gli usi pubblici una sua distribuzione di Linux; il ministro russo per le comunicazioni e l'informatica ad ottobre 2003 ha firmato un accordo con IBM per costituire un Centro di Competenze Linux a Mosca con lo scopo di diffondere l'utilizzo del software OpenSource. In India il ministro dell'Innovazione tecnologica sta promuovendo dal 2002 l'utilizzo di Linux e di altri sistemi operativi Open Source al posto di sistemi proprietari nelle scuole di ogni ordine e grado. Per una questione di costi. Il governo cinese ha una propria distribuzione Linux, che per questioni di strategia e di costi, sta promuovendo; sulla stessa scia Corea del Sud e Giappone. In Italia gli esempi sono contrastanti, in assenza di una forte determinazione del governo verso il software aperto piuttosto che verso il software chiuso. A metà 2003, il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ha siglato un protocollo di intesa con Sun Microsystem “che prevede la distribuzione gratuita di licenze StarOffice, per finalità didattiche, di ricerca e di gestione, a tutte le scuole italiane pubbliche e parificate di ogni ordine e grado affinché queste siano rese disponibili agli studenti, ai docente e al personale amministrativo. La suite di StarOffice 6.0, nata seguendo la filosofia "open source" è compatibile con Microsoft Office e comprende strumenti per l'elaborazione di testi, la creazione di fogli elettronici e grafici, la realizzazione di presentazioni, il fotoritocco, la pubblicazione sul Web e l'utilizzo dei database relazionali ed è compatibile con Microsoft Office”. Le poste si ammodernano, rinnovano i loro 14.000 e oltre uffici, cambiano i computer e comprano 14.000, moltiplicate per il numero di PC presenti in un ufficio postale (5, 10 Pc, dipende), licenze di Microsoft Windows. Sistema operativo che viene utilizzato per eseguire un solo applicativo. Che potrebbe girare su di un qualunque altro sistema (Linux, BSD, etc.). Il CNIPA ( www.cnipa.gov.it , Centro Nazionale per l'Informatica nella Pubblica Amministrazione, che ha preso il posto dell'AIPA ed è preposto alle strategie per il software per la PA), pubblica sul suo sito un timido documento tecnico sull'OpenSource. Il “Piano Triennale per l'Informatica nella PA 2004-2006” cita appena la possibilità di introdurre software OpenSource “per favorire integrazioni tra software diversi”. Nessuna strategia. Per un centro che dovrebbe definire strategie è quantomeno singolare. Unica nota dissonante, la Regione Toscana che con la sua Rete Unitaria collega circa 400 soggetti locali e svariati siti web tramite hardware a basso costo basato su software OpenSource. Open Source e Sicurezza del Paese Un aspetto delicato riguarda l'ispezionabilità del codice. Il ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, ha firmato a settembre 2003 il protocollo d’intesa "Government Security Program" tra l’Italia e la Microsoft, grazie al quale verranno fornite ai responsabili governativi copie di alcune porzioni del codice sorgente di Windows per poterlo “ispezionare”, ai fini della sicurezza. Un deciso passo avanti rispetto alla situazione precedente in cui l'acquisto era totalmente “a scatola chiusa”. Se la politica del Paese sostenesse fortemente l'adozione di open Source, il governo italiano non sarebbe stato costretto a firmare un protocollo d'intesa con un'azienda privata non europea, la cui efficacia è purtroppo ridotta giacché l'accordo riguarda “porzioni di codice”. Dal punto di vista della sicurezza occorre rilevare che un “Cavallo di Troia”, può annidarsi in poche righe di codice, magari in quelle non oggetto del protocollo d'intesa. Un sistema operativo Open Source è, per definizione, aperto e per tanto completamente ispezionabile da parte di personale tecnico qualificato, offrendo pertanto maggiori garanzie. Da questi semplici esempi capiamo che il fenomeno è molto più ampio di una semplice disputa tra costo di licenza versus installazione gratuita. Il nocciolo della questione è strategico e di rilevanza politica. Oggi qualsiasi ufficio pubblico (oltre che naturalmente, privato), lavora col PC. Emissione di documenti, database, ricerche, comunicazioni via email. E' difficile vedere impiegati pubblici lavorare senza uno schermo ed una tastiera sul proprio tavolo. Se non impossibile. Siamo totalmente dipendenti dai PC e dal software che li fa funzionare, che attualmente è monomarca. Immaginiamo, per assurdo, che qualcuno, inviando un apposito “virus” o attivando una qualche procedura annidata nel software più diffuso (Cavallo di Troia), possa semplicemente spegnere i computer in rete, disattivarli, rimuoverne i file o leggerne silentemente i contenuti senza farcelo sapere. D'altra parte strutture quali Echelon (rete di intercettazione comunicazioni militari, industriali e personali gestita da USA, GB, Canada, Australia e Nuova Zelanda, criticata dal Parlamento Europeo nel luglio 2001 http://www.privacy.it/ueechelon.html ), lo fanno abitualmente (intercettare telefonate, fax, email, ...), per missione. Se il software è “chiuso” non abbiamo modo di sapere che cosa fa e come lo fa. Cosa dice e a chi usando la rete. E' difficile ipotizzare che società private che producono software “chiuso” nascondano del codice per controllare le azioni degli utenti. Rischierebbero troppo. Ma strutture governative, agenzie per la sicurezza nazionale, potrebbero averlo imposto. Inoltre il software proprietario non è mai di chi lo usa. E' concesso in licenza d'uso. Se chi ce lo licenzia decide, per qualche motivo di sicurezza nazionale di non voler più rinnovare la licenza (è scritto in piccolo nel contratto), una Pubblica Amministrazione è formalmente costretta a spegnere tutti i PC. La situazione non è propriamente sotto controllo, vi è una forte dipendenza dai voleri di terzi non controllabili. Di conseguenza le amministrazioni di alcuni governi hanno deciso di non seguire più la strada del software propietario, ma di finanziare il software aperto. Consapevoli che la transizione avverrà per passi. Il governo tedesco finanzia da anni il progetto KDE ( www.kde.org uno dei desktop manager più diffuso, l'interfaccia a finestre di Linux) per preparare la strada. Attori o spettatori ? Creare o distribuire ? Chi commercializza software opensource non deriva il proprio reddito dalla distribuzione del software stesso o solo dalla vendita dell'hardware, lo fa anche e soprattutto con i servizi professionali. Questo paradigma non riguarda solamente colossi quali IBM o Sun, ma anche piccole societa di informatica che, va ricordato, stanno attraversando la fase più critica della propria storia sia in termini economici con un mercato in forte contrazione (cfr. dati Assinform) che in termini occupazionali La distribuzione di Software Open Source ha come effetto la necessita di realizzare nuove reti di supporto e formazione in grado di distribuire competenza e cultura; implica far nascere o riqualificare sul territorio aziende di esperti di tecnologia informatica, di lavoratori della conoscenza: far nascere attori del mondo dello sviluppo tecnologico in grado di creare valore. Qualunque azienda o pubblica amministrazione dispone di un budget per l'informatica che viene ripartito in hardware, software e servizi professionali. Diminuire l'investimento in licenze software consente di rimodulare la spesa sugli altri due capitoli. L'acquisizione di un sistema nuovo, in grado di operare sulle piattaforme hardware preesistenti, implica in una prima fase l'incremento del capitolo di spesa dei servizi professionali. Dopo alcuni anni, in una fase successiva, l'azienda o l'amministrazone potrà decidere di rimodulare la propria spesa per l'ammodernamento tecnologico, lo sviluppo di nuove procedure (possibile grazie alla presenza sul territorio di competenze causate nel frattempo dall'incremento dei servizi professionali) o, nei casi più semplici, meno impattati dall'informatica, potrà operare una riduzione dei costi, a vantaggio della propria competitività. Per contro, distribuire pacchetti significa distribuire scatole in un modo poco difforme dai film o dai detersivi; significa creare rivenditori di tecnologia lasciando il valore aggiunto ai grandi produttori, per la stragrande maggioranza stranieri, che beneficieranno della spesa italiana: far nascere spettatori dello sviluppo tecnologico in grado di consumare valore. Importanti esponenti della ricerca tecnologica italiana ritengono che l’impatto benefico dell'Open Source sull’industria italiana sia ancora tutto da dimostrare, non condividono un intervento diretto sulle regole del mercato, ma ritengono che non debbano esistere preclusioni o barriere all’ingresso per le aziende che intendono utilizzare open source. E' un atteggiamento prudente che lascia ad altri l'onere (e l'onore) di innovare e dimostrare i benefici; i tempi richiesti da un ciclo di questo genere si misurano in molti anni. Qualora questo fosse l'atteggiamento deciso dal Governo, speriamo di non avere perso nel frattempo l'opportuinta' di cogliere un'altra ondata tecnologica. C'e' chi ritiene per contro che aiutare gli sviluppi del software aperto favorisce l'industria del software in generale ed europea in particolare, che soffre da sempre il gigantismo di quella americana; l'OpenSoftware può consentire al piccolo Davide non di abbattere il gigante Golia, ma quantomeno di guadagnarsene il rispetto per provare a conviverci in maniera meno dipendente. Il software aperto favorisce la crescita tecnologica in generale, la consapevolezza tecnologica, eliminando costi di base, aumentando il know -how e consentendo lo spostamento di paradigma competitivo su nuovi piani. La posizione espressa da importanti esponenti italiani di fronte all'affermazione che l’adozione di software open source può avere un impatto significativo sulla bilancia commerciale è, nuovamente, non in contrasto con la tesi di chi scrive, ma nemmeno in favore. Viene infatti sostenuto che è buona prassi ridurre le spese, affermando che non è sensato decidere a priori una posizione pro o contro l'Open Source o software proprietario. A livello di singola azienda cliente ciò è assolutamente condivisibile; a livello di sistema si possono fare alcune considerazioni aggiuntive: il flusso di capitali che oggi esce dall'Italia per pagare licenze software verrebbe meno; una singola azienda cliente avrebbe forse la necessità di dotarsi di servizi di formazione e consulenza e potrebbe anche non verificare una riduzione degli investimenti in IT. Tuttavia, a livello di sistema paese, il flusso uscente si ridurrebbe considerevolmente con un travaso dell'investimento da licenze software (capitale uscente) a servizi professionali (incremento occupazione e cultura tecnologica.) Un possibile percorso Gli economisti ci insegnano che il prezzo espresso in danaro è una misura del valore aggiunto nelle varie fasi di produzione. Anche se una singola azienda non verificasse risparmi, è opinione largamente condivisa che una sana politica economica dovrebbe favorire modelli che tendono a distribuire la ricchezza, non a concentrarla. Ma come procedere vivendo nella periferia amministrativa dell'Impero? A piccoli passi e senza grandi clamori, ad esempio finanziando pubblicamente e incentivando i finanziamenti privati di piccoli centri di competenza legati all'OpenSoftware. Potrebbe essere auspicabile la nascita di un osservatorio sulle pratiche ed iniziative (“best practices”) in atto in altri paesi, che contribuisca tramite l'analisi di quanto sta avvenendo alla proposta di iniziative che possano portare un beneficio al sistema paese. Ad esempio potrebbero essere realizzati gruppi di eccellenza, fatti da talenti informatici che siano in grado di contribuire a creare e mantenere delle distribuzioni di software libero per le scuole dell'obbligo, le scuole superiori, le università, le piccole medie aziende italiane, le pubbliche amministrazioni.

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Re: Che palle questo Open Source (Voto: 1)
di Giancarlo il Giovedì, 12 febbraio 2004 @ 14:30:13
(Info Utente | Invia un Messaggio)
Richard Stallmann dice chiaramente che la traduzione del termine inglese "Free software", da lui usato, in Italiano è "Software libero", anche perchè la parola italiana "libero" rende ancor meglio dell'Inglese "free" la libertà di modifica, di distribuzione, di uso, insita nella licenza GPL.

Se bastasse mostrare i sorgenti anche il software M$ potrebbe diventare "open". Ma in realtà la differenza è tra sw libero e sw proprietario.

Mi resta ancora incomprensibile la voglia italiana di tradurre un termine inglese ("free software") con un altro termine inglese ("open source software"). Ma a volte siamo più americani degli americani veri.



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Oro di Bologna: la napoletanita' insegna (Voto: 0)
di Anonymous il Giovedì, 12 febbraio 2004 @ 16:18:01
Infatti, c'e' un po' di confusione in merito all'uso dei termini, non a caso diversi tra di loro anche se vengono continuamente interscambiati.
FreeSotware significa software libero di essere usato, manipolato e adattato alle proprie esigenze. Open source significa solo software aperto, cioe' visibile nei sorgenti.
Senza entrare nel merito in quanto sono stati scritti interi testi su questo argomento, vorrei puntualizzare alcune inesattezze presenti nel testo dell'articolo e almeno corregerne il significato.
Ma sono talmente tante...... Per esempio nel testo si dice che il software compilato non puo' essere piu' modificato. Forse per licenza potra' essere cosi', ma tecnicamente e' possibile.
Anche l'Open source (per licenza) puo' essere letto essendo aperto ma non modificabile e qiuindi segue questo criterio.
Linux non e' solo un open source come questo articolista vuole farci credere, ma un free software. La differenza e' notevole.
Linux non e' public-domain, e' free software. Insomma in questo articolo si assegnano molte delle caratteristiche di linux senza peraltro citare il fatto che sia software libero.
Questo concetto e' importante per capire la filosofia del software libero , se viene evidenziato e/o stravolto allora ci dovra' essere un motivo. Credo nell'ignoranza di chi scrive, ma vorrei essere un po' piu' malignamente analizzatore: vedo una tendenza del mondo economico ad impadronirsi di concetti diffusi nonostante siano contrari a certi tipi di economia.
Il software libero da' ottimi risultati? e' affidabile? viene usato sempre di piu?, contiene pochi errori e per lo piu' corregibili in tempi veloci? e cosi via... bene, proviamo a farlo entrare nei nostri concetti economici. Inventiamoci un software aperto, leggibile, ma commerciale e vediamo di sostituire questa voglia di liberta' con una semiliberta' vigilata. Insomma spacciamo un software commerciale per un free software, cambiandogli il nome ed andando ad occupare quelle nicchie che sono ora del free software.

Ora, continuando nel testo vi sono un mare di scempiaggini. Per citarne qualcuna: lo StarOffice ha seguito una filisofia opensource, vmware non si paga, un software piu diffuso viene chiamato cavallo di troia.... e cosi' via
Ma chi ha scritto questo pezzo?
ppan


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