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 Il software: patrimonio intellettuale e strumento di democrazia

 .:Inviato Giovedì, 13 novembre 2003 @ 17:31:35 da titiro
Software Libero Una questione trasversale alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo economico internazionale. Ecco che cos'è il software, oggi. Ed è per questo che parlando di software, un tema apparentemente arido, non si può non tenere in conto che ha invece a che fare con la politica e la democrazia.Democrazia che necessita (come condizione essenziale) dell’accesso ai mezzi di informazione libera, plurale, diversificata, senza discriminazioni. Insomma: il software ha il valore di un moderno suffragio universale. A sostenerlo è Arturo di Corinto, autore televisivo, giornalista e docente dell’Università di Roma e membro dell'Associazione Software Libero, incontrato in occasione del convegno organizzato dall’Associazione culturale Punto Rosso, dal titolo: “Le nuove recinzioni della vita: brevetti, monopoli, multinazionali. Le alternative alla privatizzazione del mondo”, ! che si è tenuto l’8 novembre scorso presso la Camera del Lavoro di Milano. In quella circostanza Arturo Di Corinto ha presentato un’intervista inedita a uno dei leader mondiali della comunità dei programmatori di software libero, Richard Stallman, esponente di spicco della Free Software Foundation. Riprendendo le parole di Stallman, Di Corinto ha spiegato qual è la filosofia che sta dietro alla stessa attività del Movimento per in software libero, di cui lui stesso è esponente: alla base dell’etica hacker c’è la convinzione che l’accesso alle informazioni libere e plurali possa migliorare la vita delle persone, mettendole nella condizione di formarsi un giudizio autonomo e critico sul quale basare le proprie decisioni. Ecco perché l’accesso illimitato alle informazioni e alla conoscenza è un diritto basilare e inalienabile. Lo sviluppo di produttori e utilizzatori di software libero ha favorito la costituzione di nuovi soggetti svincolati sia dalla logica d’impresa sia da quella dei media, incoraggiando una nuova definizione della “cittadinanza per i diritti sociali”. In altre parole: il software è alla base di tutta la produzione tecnologica avanzata e perciò in ogni forma di comunicazione integrata; quindi le caratteristiche della sua diffusione, proprio perché impattano con nuovi modelli di produzione industriale, influenzano i modi della partecipazione sociale, economica e politica. Ed ecco perché i software a codice sorgente aperto rappresentano la soluzione: tutti possono beneficiarne. Ma non solo: il software è oggi uno degli ingredienti fondamentali attraverso cui si realizza l’informazione più plurale e libera che la modernità abbia mai conosciuto, quella veicolata da Internet. E ancora, ha spiegato Arturo di Corinto, il software è un fattore di produzione che incorpora le idea e il sapere di chi lo produce e influenza schemi cogni! tivi e modelli mentali: veicola valori e significati. E allora la libertà e l'apertura dei software cambia le cose, e di molto. Senza contare, poi, gli effetti economici e politici internazionali della diffusione del software libero, poiché può seriamente impattare con il cosiddetto digital divide, (il divario tra chi ha la possibilità di accedere alle nuove tecnologie e chi tale possibilità non ha), tra nord e sud del mondo. Divario che, naturalmente si riverbera in divario economico e sociale. Insomma, ha concluso Arturo di Corinto, il software libero è necessario all’economia dei paesi in via di sviluppo e alla democrazia di tutti i paesi. Professore, ma chi paga i paladini della democrazia? Rimane, in altri termini, da risolvere il problema della giusta remunerazione del lavoro del programmatore (ma il discorso può essere esteso a tutti coloro che producono sapere e informazione) che ha realizzato il software che diventa, ancora più giustamente, libero e democratico. Programmatori come Stallman non guadagnano dai diritti di proprietà sul software che hanno realizzato, ma facendo consulenza, facendo formazione; insegnando, cioè, agli altri (a chi gli richiede il software) ad usarlo. Oppure producendo nuovi prodotti che incorporano il nuovo sapere o migliorando quelli già esistenti. Oppure, ancora, scrivendo manuali. Manuali senza diritti d’autore? Certo. La remunerazione può avvenire attraverso la sottoscrizione: è il principio dello sharing. Se una cosa mi piace e mi è utile, ti ricambio con una donazione. Oppure ogni volta che scarichi qualcosa da Internet, un testo, un software, o comunque ti appropri di un pezzetto di conoscenza o informazione, dai a chi lo ha prodotto un obolo. E questo si può fare benissimo con l’attuale tecnologia di cui disponiamo. Dietro questo meccanismo non c’è il principio di reciprocità economica, ma di condivisione, di cooperazione. La remunerazione attraverso i diritti d’autore, attualmente, è, salvo casi del tutto eccezionali, assolutamente irrisoria. I contratti di edizione prevedono compensi miseri per gli autori. Una inezia. E, soprattutto, i diritti d’autore sulle edizioni tutelano gli editori e non gli autori; come dire: proteggono la bottiglia anziché il vino! Ma attualmente, purtroppo, almeno nel settore dei libri, non ci sono molte altre alt! ernative economicamente valide. Anche se esistono esempi di autori che hanno diffuso i propri lavori sotto una licenza che ne permettesse il libero riutilizzo ricevendo un tornaconto economico fondato sul fatto che le cose contenute in quei libri erano così interessanti tanto da trovare qualcuno disposto a pagare per approfondirle: in un laboratorio di ricerca, nelle università, nell’istruzione superiore o in corsi di formazione o attraverso borse di studio o fondi elargite da società no-profit che chiedono a chi scrive di continuare il suo lavoro. I metodi ci sono. Resta solo da stabilire quale sia il giusto da dare in cambio e, soprattutto quanto siamo disposti a percorre queste vie alternative. Richard Stallman, per esempio, riesce a vivere così. Ed è possibile farlo da subito, o è necessario attendere un cambiamento culturale? È proprio questo il problema. Un autore che stimo molto, Gerhard Doeding, nel suo ultimo libro, dice che una società che si basa su questi criteri di scambio, condivisione e cooperazione non è ancora veramente possibile perché si tratterebbe di un modello di economia postcapitalistica; e finché viviamo in una società capitalistica forse non è pensabile che la modalità della cooperazione operi a un livello adeguato. Le strade non sono tracciate, ognuno deve provarci a modo suo. Proposte? A livello generale, e non in riferimento al caso dei libri, è necessaria una immediata riduzione della durata temporale degli attuali copyright; e subordinare il possesso di diritti di proprietà intellettuale (e più specificatamente il copyright) al fatto che il detentore paghi una tassa annuale: quando smette di pagarla il bene oggetto del diritto deve tornare nel dominio pubblico. Resta esclusa da una tale ipotesi la possibilità di brevettare il vivente, il biologico; salvo che (in casi del tutto eccezionali) la scoperta, l’invenzione per la quale il brevettante ha richiesto il riconoscimento del diritto, non resti di pubblico dominio per motivi di ricerca. E soprattutto: smettiamo di parlare di proprietà intellettuale e iniziamo a parlare di patrimonio intellettuale. (da quintostato.it)

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