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 Dalla net alla not economy

 .:Inviato Martedì, 28 ottobre 2003 @ 18:42:02 da titiro
Software Libero Ma è davvero inevitabile che il fallimento della network economy e dell'utopia digitale si risolva in un ritorno al passato o confluisca nel ferreo protezionismo adottato da governi e major per sedare le istanze anarchiche e comunitarie del popolo della rete?Se lo sono chiesto politici, giornalisti, uomini d'impresa e persone comuni intervenute giovedì scorso al convegno organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera per l'uscita del nuovo libro del sociologo Carlo Formenti: "Not economy. Economia digitale e paradossi della proprietà intellettuale". In una sorta di ideale contrasto, nelle antiche e nobili sale della Biblioteca Ambrosiana si è discusso di software, copyright, peer to peer e delle forme più avanzate di diffusione della conoscenza rese possibili dall'avvento della rete e delle tecnologie digitali. "Dobbiamo smetterla di pensare di aver perso il treno dell'innovazione tecnologica" - ha esordito il professor Angelo Raffaele Meo, responsabile del gruppo di ricerca del Ministero dell'Innovazione Tecnologica sull'open source - "l'Italia può essere all'avanguardia nello sviluppo del software se accoglie la sfida del codice libero". Pronta è arrivata la replica di Andrea Valboni, chief technology officer di Microsoft Italia, che prima ha ricordato come l'industria del software proprietario sia attualmente in grado di offrire maggiori garanzie ai propri clienti rispetto a quello che potrebbero fare i paladini del codice copyleft. Poi, tra la sopresa dei presenti, ha concesso delle aperture all'intricata questione della software patentability, ammettendo che "le aziende statunitensi usano lo strumento del brevetto in modo indiscriminato, generando continue e dispendiose controversie legali". Alla questione dei brevetti-software, oggetto di una recente e criticata normativa europea, è in effetti dedicata un'ampia parte del libro di Formenti. Per lo studioso, "questo strumento legislativo è stato utile in passato, ma ormai ha perso la sua ragion d'essere. Non si dovrebbe brevettare il software così come i principi scientifici, altrimenti si blocca la libera crescita del sapere. Al giorno d'oggi invece vengono messe patenti praticamente su tutto, persino sulle invenzioni più inutili e assurde". Ma non bisogna pensare che le big corporate dell'industria culturale siano del tutto sorde alle opportunità offerte dalle tecnologie digitali. Nel campo della musica e del diritto d'autore, una posizione ritenuta d'avanguardia è quella dell'amministratore delegato di BMG Italia Tino Cennamo, secondo il quale la lezione di Napster e dei software peer to peer, usati ogni giorno da milioni di persone per scaricare musica gratis, deve insegnare che la vendita di cd rappresenterà solo una delle tante voci di reddito delle case discografiche: "Bisogna recuperare l'originario valore sociale della musica e organizzare eventi che richiamino l'interesse di eventuali sponsor". In altre parole: l'organizzazione di concerti ed eventi musicali, sponsorizzati da quanti più marchi possibile, è il futuro dell'industria discografica, a cui anche la rete può dare un efficace supporto. Un sospiro di sollievo per il momento possono tirarlo gli scambisti più incalliti di file mp3. Secondo il direttore tecnico della polizia di stato, il criminologo Marco Strano, in Italia non c'è (ancora) la possibilità di perseguire chi scarica musica per uso personale, ma solo chi ne fa un business, per esempio masterizzando illegalmente grandi quantità di cd. C'è inoltre un importante aspetto psicologico che caratterizza il navigatore italiano che viola il diritto d'autore: "L'utente che scarica musica e video ha una bassissima consapevolezza del fatto di stare commettendo un illecito penale. Questo perché, in mancanza di un supporto fisico, si assottiglia anche lo schema cognitivo del reato" ha concluso Strano. Al di là delle diverse posizioni di partenza, i relatori del convegno (di cui il libro raccoglie gli atti anticipati) si sono trovati d'accordo sull'impellente necessità di rilanciare la disastrata new economy attraverso l'adozione di una terza via. Governi e big corporate dell'industria culturale e della tecnologia da un lato e popolo della rete dall'altro dovrebbero ricercare soluzioni equilibrate che siano in grado, per usare le parole di Formenti, "di tutelare sia gli interessi industriali in gioco sia quelli degli utenti consumatori, minacciati da un regime sempre più restrittivo dei propri diritti". Quale possa essere questa terza via, nessuno ancora lo sa con chiarezza. Ma intanto, e questo era lo scopo del convegno e del libro, è fondamentale continuare a cercarla. (da quintostato.it e la stampa.it)

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