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 L'astronauta della sofferenza

 .:Inviato Venerdì, 03 ottobre 2003 @ 18:43:46 da titiro
Cultura e Scienza J. M. COETZEE Allo scrittore sudafricano il premio Nobel per la letteratura.Narratore raffinato, dallo stile sofisticato e dalla scrittura potente e scabra, la sua opera, «in innumerevoli modi rappresenta il sorprendente impegno di un outsider», recita la motivazione dell'Accademia di Svezia all'assegnazione del premio. La brutalità della segregazione e l'orrore dell'apartheid sono parte costitutiva del suo universo letterario, incubo durissimo, ma non lo esauriscono Dall'esordio, nel 1974, con il romanzo «Dusklands», tradotto in Italia soltano quest'anno da Einaudi con il titolo «Terre al crepuscolo», alla fama internazionale conquistata nel 2000 con «Vergogna». Un autore capace di guardare alla realtà senza veli di autocompiacimento, aderente alla crudezza dei suoi personaggi, tutti circondati da una solitudine siderale che impedisce loro di far parte di una comunità. Ci sono scrittori abilmente affabulatori, meravigliosamente consolatori. Scrittori che ci cullano con le loro favole e la loro fantasia sfrenata. John Maxwell Coetzee non fa parte di quell'augusta schiera. Coetzee non è consolatorio. Eventualmente è un pugno nello stomaco, è uno capace di sconvolgere il lettore, di dirgli sempre e solo la verità. È, soprattutto, un autore capace di guardare alla realtà senza veli di autocompiacimento e di ipocrisia, senza quei meccanismi di rimozione che ci aiutano a vivere. Tutti i suoi personaggi sembrano circondati da una solitudine siderale, palombari discesi nelle algide profondità marine, astronauti impediti nel movimento dalle loro zavorrate tute. Tutti si muovono in un'atmosfera rarefatta, dove niente e nessuno, malgrado abiti il mondo della storia e delle sue contraddizioni, sembra far parte di una comunità, condividere un destino che trovi, nella possibile confederazione di forze e di speranze, una via di riscatto. Al centro del mondo c'è un piombo fuso di sofferenza, di sofferenza stratificata, che ha impregnato l'aria dei secoli e che l'uomo, solo o in compagnia, non è in grado di superare, che può solo riconoscere e, in qualche modo, accogliere. «In una condizione di felicità non vi sarebbe alcuna ragione di scrivere. La scrittura è in certa misura il tentativo di comprendere un mondo incomprensibile, di pensare alla possibilità di sostituire un universo incomprensibile con un altro fantastico ma che si può capire», così dichiarava in una delle sue rarissime interviste concessa, nel 1995, proprio al nostro giornale. Una delle ultime interviste rilasciate, peraltro, vista la ferocia con cui giustamente oramai le rifiuta, dopo che è stato oggetto delle più fantasiose attribuzioni di idee, titoli, nomi eccetera. In una scheda recente per un importante premio letterario lo chiamavano Joseph Michael... altrove lo definivano sudamericano, e così via. E dunque il groppo di sofferenza senza aggettivi, nuda e scarna come la sua lingua/bisturi, lo ritroviamo, vivo e pulsante in tutte le sue opere. E' così in Aspettando i barbari (Einaudi), così in Età di Ferro (Donzelli), o ne Il maestro di Pietroburgo (Donzelli), così perfino nel primo - enigmatico - romanzo Terre al crepuscolo o in Vergogna o, ancora, in La vita e il tempo di Michael K (tutti editi da Einaudi). Al centro, all'inizio, era il Male. Il male esistenziale, quel male di vivere che Montale in coetziana sintonia individua nel rivo strozzato che gorgoglia, nell'incartocciarsi della foglia riarsa, nel cavallo stramazzato... nel falco alto levato. In Coetzee ogni uomo, ogni anomalo protagonista della vita, ingaggia la sua personale battaglia col Male e con le sue molteplici incarnazioni e ogni uomo in qualche modo si salva - quando si salva - solo interiorizzando un percorso che lo avvicina al bene e all'umanità, a un'irriducibile idea di dirittura morale, arrancando attraverso l'esistenza, osservando lo spettacolo della ferocia esercitata sui deboli e sugli animali e decidendo di dissociarsene. Leggere i romanzi di Coetzee è come guardare Blade runner senza il sonoro, sostituito per l'occasione dal Köln Concert di Keith Jarreth. Un incubo. Sì, un bellissimo, durissimo incubo, dal quale non è facile riscuotersi, dal quale nessuno che abbia voglia di imparare qualcosa di sé, oltre che del mondo vorrà riscuotersi prima di essere arrivato all'ultima, lancinante, pagina. I suoi protagonisti disperati, come Michael K, come il Magistrato, come Elizabeth Curren, la donna che muore di cancro e il suo «ospite ambiguo», Vercueil, il barbone che si è installato nel suo garage, come l'inquietante Maestro di Pietroburgo, sono tutti arrivati a una conoscenza ossificata dell'esistenza, a una dolorosa percezione di sé e del loro essere nel mondo. Michael K crede che il suo scopo nella vita sia quello di portare la mamma, vecchia e malata, su un carretto da lui stesso a malapena costruito, perché possa morire nella terra dove è nata. Non ci riuscirà. Il Maestro/Dostoevkij cercherà ripercorrendo l'incubo dei moti degli anarchici nichilisti di Pietroburgo, di riannodare le ragioni di un dialogo mai veramente avuto e alla fine interrotto dalla morte col figlio/figliastro perduto. La signora Curren che muore di cancro scriverà alla figlia lontana una lunga lettera per riallacciare un rapporto che quella separazione ha fatto somigliare a un rifiuto (non solo della terra natale, dell'apartheid, ma anche della madre) eppure tutti loro paradossalmente troveranno una risposta alla solitudine, alla disperazione della morte e della vita miserabile, nell'accogliere l'altro da sé, l'intoccabile, colui che - per lo più un barbone - si è messo per suo conto, o è stato messo dall'inclemenza della storia, fuori dai giochi. Nella scoperta di poter fare e/o dare a un miserabile - anzi a qualcuno ancora più miserabile (se del caso a un animale) qualcosa (che può anche essere la morte, come in David Lurie diVergogna) - avviene il superamento, si accende la speranza. Per questo Paola Splendore titolava il saggio sul lavoro di J. M. Coetzee uscito sull'ultimo numero della rivista Afriche e Orienti «Etica e poetica dell'accoglienza». Perché in questa complessa e anomala idea di accoglienza è forse il messaggio di uno scrittore che non ama essere latore di messaggi. Uno scrittore che fa dire alla protagonista (in qualche modo sua controfigura) Elizabeth Costello - protagonista dell'ultimo romanzo di prossima uscita per Einaudi - di non voler portare messaggi. E dello scrittore i personaggi hanno sempre la reticenza, la natura quasi disincarnata, che a volte fa pensare siano sul punto di spiccare il volo. La loro etica, perché sempre li anima un'etica controcorrente e profondissima, sta nel volersi sottrarre al gioco, e d'altra parte rivendicare il loro diritto di esistere. Per esempio quello di vivere in Sudafrica, nel Sudafrica dei bianchi, senza avallarne le posizioni. Un Sudafrica che non gli ha risparmiato le censure e da cui paradossalmente si è staccato proprio dopo la fine del governo bianco, per andare a vivere in Australia. Ma del resto niente è scontato in un autore come Coetzee. A proposito di censura, tema comprensibilmente caro all'autore, e su cui ha scritto un libro, Taking Offense (in Italia Pornografia e censura, per Donzelli) vale la pena di ricordare un episodio venuto in luce nel corso della traduzione del romanzo La vita e il tempo di Michael K . L'edizione uscita in Inghilterra presentava - rispetto al testo originale - un bizzarro «taglio». Il pezzo era stato «cassato» non nel Sudafrica dell'apartheid - dove era uscito integro - ma in uno stato libero e sotto un governo «liberal» quale quello di Tony Blair. Questo il passaggio censurato: «Lo Stato monta pesantemente sulle groppe di questi zappatori come Michaels, divora il frutto del loro sudore e in cambio gli caca addosso. Ma, stampando su Michaels un numero e ingoiandolo, lo Stato in realtà ha sprecato il suo tempo. Perché Michaels è passato negli intestini dello Stato senza essere digerito, è uscito dai suoi campi intatto, com'era uscito intatto dalle sue scuole e dai suoi orfanotrofi». L'episodio si commenta da solo. Cosa avrà dato fastidio ai signori cassatori? l'impresentabile verbo cacare? o l'irriducibilità di un personaggio, del più umile dei diseredati, di Michael K, che pure lo Stato non riesce a digerire? Chissà... quello che darà fastidio a Coetzee, adesso, in occasione del Nobel appena ricevuto. Forse lo possiamo prevedere: la kermesse mondana del premio, e i miliardi di messaggi di chi si vuole felicitare e rallegrare con lui. Un oceano di tentate comunicazioni, una grandine di telefonate, uno scroscio di messaggini, una pioggia battente di email che gli paralizzerà ogni server, costringendolo a scappare, questa volta anche dall'Australia, e magari sotto mentite spoglie. Quelle, per esempio, di Elizabeth Costello. (da Il Manifesto del 03/10/03)

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