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 Il medico che inventò l’eternità della materia

 .:Inviato Mercoledì, 27 novembre 2002 @ 21:46:37 da titiro
Cultura e Scienza C’è una storia che comincia a Bukhara, nell’attuale Uzbekistan, qualche anno prima del Mille. Tra i giovani che giungono in città, per studiare il Corano e le scienze propedeutiche, ve n’è uno particolarmente versato in medicina. Si chiama Ibn Sîna. È un sedicenne quando riesce a guarire il sovrano Nûh II da un male bisbetico. L’evento fortunato gli apre le porte della ricchissima biblioteca di corte: qui, sino ai diciotto anni, studierà avidamente tutte le scienze. Così, almeno, racconta nella sua autobiografia che ci è stata conservata dal discepolo Giûzgiânî. Non lo potremo seguire nella sua vita raminga; diremo che in arabo-spagnolo il nome diventò «Abensîna» e, di conseguenza, il medioevo latino lo chiamò Avicenna. Aggiungiamo soltanto che il suo Canone della medicina , tradotto a Toledo in latino da Gherardo Cremonese nella seconda metà del secolo XII, sarà il testo-base di Montpellier e delle scuole mediche italiane. Verrà adottato sino al ’500, ma uscirà definitivamente dalle università soltanto nel ’700. Oltre a questa opera miliare per l’Occidente, la cui prima edizione araba a stampa appare a Roma nel 1593 (e a Napoli, nel 1491, aveva visto la luce quella ebraica), Avicenna scrive altre pagine che influenzeranno profondamente la nostra filosofia: sono quelle del Libro della guarigione, il Kitâb al-Sifâ, o meglio il Liber sufficientiae dei teologi scolastici. Nonostante il titolo è una vera e propria enciclopedia filosofica. Di esso è ora tradotta per la prima volta in italiano, con il testo arabo a fronte e quello latino in nota, la parte riguardante «la scienza delle cose divine», ovvero la Metafisica (a cura di Olga Lizzini e Pasquale Porro). Vede la luce nella collana «Il pensiero occidentale» di Bompiani (pp. 1374, 33). Questi libri, così come i «Testi a fronte» che escono presso il medesimo editore, tutti diretti da Giovanni Reale - aggiungiamo i «Classici della filosofia» Utet di Tullio Gregory - costituiscono ormai un riferimento indispensabile per chi voglia occuparsi di pensiero partendo dagli autori. Non è questa la sede per entrare nei dettagli di un’opera vasta e complessa come la Metafisica di Avicenna. Ci limitiamo a osservare che il lavoro di Olga Lizzini (traduzione dall’arabo, introduzioni, note e apparati) e di Pasquale Porro (prefazione, revisione del testo latino e cura editoriale) offre al lettore italiano la possibilità di accedere all’officina dove si sono «costruite» forti concezioni di Dio, le stesse che poi verranno accolte, seppur con molta cautela, da Tommaso d’Aquino, quindi meditate da Duns Scoto, il massimo esponente della Scolastica francescana. Diremo, per maggior precisione, che Tommaso cita Avicenna soprattutto nelle opere giovanili: ne critica alcune dottrine, ad esempio l’eternità della materia, l’unicità dell’intelletto agente, la negazione della conoscenza dei particolari da parte di Dio; Duns Scoto, invece, condividerà alcuni punti topici che si trovano in queste pagine, come il concetto di essere e la distinzione tra necessario e possibile. Dopo la versione latina - avviata sempre a Toledo nel XII secolo - da parte dell’arcidiacono Domenico Gundisalvi, le pagine filosofiche del pensatore arabo verranno letteralmente disseminate nell’Occidente, sino a permearne la cultura. Per indicare il loro effetto profondo, basti dire che saranno questi libri a causare quel trapasso da una concezione platonizzante, accolta dai Padri cristiani e in particolare da Agostino, all’acquisizione di Aristotele. E anche di non poche dottrine del pensiero scientifico greco e arabo. Avicenna si presentava come interprete di Aristotele e adattava molti temi nell’ambito del platonismo, credendo in una superiore riconciliazione dei due maestri. Ma in tal modo egli diventava anche veicolo di idee e opinioni che prima faranno discutere e poi accendere qualche rogo. Se si vuol ricorrere al solito esempio, basterà notare che questo suo mediare metteva a contatto la visione cristiana dell’uomo con una filosofia che rifiutava la separazione dell’anima individuale dal corpo quale sostanza autonoma, e di conseguenza non poteva accettarne l’immortalità. Tuttavia l’avicennismo, combinato con l’agostinismo, eserciterà un fascino a cui ben pochi sapranno sottrarsi. Alberto Magno con le sue opere cerca di riproporre nel mondo latino il disegno enciclopedico dell’arabo, Dante lo pone tra i sommi scienziati, Ruggero Bacone lo colloca accanto ad Aristotele e Salomone. Ancor più l’influenza si farà sentire quando si parlerà di Dio. Per secoli la sua idea dell’«Essere necessario per sé» sarà utilizzata, anche senza accorgersi. Certo, Kant spazzerà via con la Critica della ragion pura le vecchie dimostrazioni dell’esistenza di Dio. Ma per discutere di metafisica il filosofo prussiano dovrà ancora fare i conti con questo arabo e con il «suo» Aristotele. (da Il Corriere della Sera del 27/11/02)

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