Il tramonto delle attività estrattive nella Piana dei travertini delle Acque Albule

Il tramonto delle attività estrattive nella Piana dei travertini delle Acque Albule

Quella della Piana dei travertini delle Acque Albule è un’area di straordinario interessante naturalistico e storico-archeologico. Per questo motivo è stata oggetto di attenzione, nell’ultimo decennio, da parte di scuole, associazioni, comitati e singoli cittadini, che hanno intrapreso molte iniziative rivolte alla sua conoscenza e valorizzazione e che hanno portato alla realizzazione di convegni, alla pubblicazione di libri e pieghevoli e alla formulazione di diverse proposte di tutela.

L’eccezionale interesse naturalistico della Piana deriva proprio dalle sue singolari caratteristiche geologiche, che la rendono però, d’altra parte, poco adatta all’intensa urbanizzazione cui è sottoposta. Si tratta infatti di un’area nella quale forse non si sarebbe mai dovuto costruire. Il travertino che la costituisce è infatti una roccia ad elevata solubilità. Il carbonato di calcio da cui è formato viene facilmente sciolto dall’azione solvente dell’acqua piovana, acidificata dall’anidride carbonica presente in atmosfera. Questo è il processo alla base del carsismo e della formazione delle cavità carsiche di cui la piana è costellata. La solubilità dei travertini di Tivoli è però fortemente amplificata proprio dalla presenza nel sottosuolo di quei fluidi geotermici di origine vulcanica che sono all’origine delle particolari caratteristiche chimiche delle Acque Albule, che le rendono molto più aggressive nei confronti di questa roccia.

Tali fenomeni sono all’origine della formazione delle cavità che ospitano gli stessi laghi della Piana (Regina, Colonnelle, S. Giovanni), ma anche di altre cavità, alcune delle quali in passato sono state colmate artificialmente (e sulle quali si è a volte anche costruito). Ma non si tratta di un fenomeno del passato: ha agito in passato, agisce attualmente e continuerà inesorabilmente a farlo in futuro. Quello assurto negli ultimi anni all’onore delle cronache e ormai sulla bocca di tutti, anche se spesso usato a sproposito, è però un altro fenomeno geologico, quello della subsidenza, un fenomeno che sembra essere comparso di colpo in questi ultimi anni ma che in realtà esiste da sempre in quest’area. Il termine indica infatti semplicemente un abbassamento del terreno, lo stesso abbassamento che ha consentito, negli ultimi 200.000 anni circa, la formazione di una lente travertinosa dello spessore massimo di un centinaio di metri. La presenza stessa di questo potente deposito travertinoso è una prova dell’esistenza del fenomeno.

Ma allora, perché si parla solo adesso di subsidenza? E’ molto semplice: perché questo fenomeno naturale ha subito in questi ultimi anni, per cause antropiche, una fortissima accelerazione, che ha portato ad avere abbassamenti del terreno anche di 1,5 cm l’anno in alcune aree della Piana. Ma cosa è accaduto? Dal 2001 in poi si è assistito ad un continuo calo del livello della falda acquifera, il cui livello è diminuito in questi anni fino ad oltre 5 m! Il canale che portava l’acqua sulfurea dalle sorgenti allo stabilimento termale si è del tutto prosciugato e le Terme hanno dovuto porre rimedio al problema realizzando alle sorgenti una serie di lavori che hanno danneggiato ulteriormente un’area di grandissimo pregio ambientale.

L’abbassamento del livello della falda ha avuto una serie di conseguenze negative, sia sull’ambiente
naturale che negli ambienti antropizzati. Si è infatti assistito ad es. alla drastica riduzione della vegetazione ripariale nell’area delle sorgenti e in generale di quella igrofila in tutta la Piana, ma questo fenomeno ha determinato soprattutto gravi problemi di stabilità a molti edifici di Tivoli Terme e Villalba di Guidonia.

L’abbassamento della falda ha infatti provocato la compattazione dei sedimenti più superficiali e quindi, di conseguenza, il cedimento del terreno. Centinaia di case si sono ritrovate con vistose crepe nei muri e con porte e finestre che non si aprono più; scricchiolii particolarmente sinistri nelle ore notturne hanno costretto centinaia di famiglie a convivere con il terrore di possibili crolli e portato molti alle soglie dell’esaurimento nervoso.

Una situazione di dissesto tale che per la zona colpita è stato dichiarato nel 2005 lo stato di calamità da parte della Regione Lazio e nel 2006 lo stato di emergenza da parte del Governo. Sono stati stanziati in totale ben 50 milioni di euro che, come spesso accade in Italia, escono fuori dalle tasche dei contribuenti per rimediare a danni causati da privati. La gravità della situazione ha determinato l’intervento dello Stato, della Regione, di diverse Università e centri di ricerca ai quali sono stati commissionati studi anche da parte dei Comuni interessati, dei cavatori, delle terme. Questi studi, sebbene non in totale conflitto, hanno determinato una situazione di incertezza che ha fatto la gioia di cavatori e politici locali, spesso in aperto conflitto di interesse con le realtà imprenditoriali coinvolte, che hanno potuto così continuare, barcamenandosi nel caos, a non prendere decisioni scomode. Per cercare di porre rimedio all’abbassamento della falda senza disturbare nessuno degli attori principali la Regione si è rivolta al CERI, il Centro ricerca e prevenzione dei rischi geologici, che ha proposto di prelevare acqua da un sistema di pozzi per riportarla alle sorgenti attraverso un canale. La realizzazione dell’intervento, che non ha neanche sfiorato le cause del fenomeno, non ha fatto risalire il livello della falda, ma in compenso ha alterato il chimismo dell’acqua delle sorgenti…

Ma la causa dell’abbassamento della falda, all’origine dell’accelerazione dei fenomeni di subsidenza, è estremamente chiara ed è stata messa in evidenza dal prof. Paolo Bono, docente di Idrogeologia all’Università “La Sapienza” e recentemente deceduto. I dati registrati sono terrificanti: si pensi che dal 2001 ad oggi il livello dell’acqua del Lago della Regina si è abbassato di oltre 5 m, e, malgrado tutti i maldestri tentativi di risanare la situazione, di circa 4 m dal 2005 ad oggi (in media circa 10 cm al mese)! Il prof. Bono ha dimostrato, in maniera semplice ed inconfutabile, che all’origine del dissesto idrogeologico c’è il pompaggio delle acque di falda effettuato dalle cave di travertino. A questo ci sarebbe a rigore da aggiungere il pompaggio effettuato dalle terme, che però prelevano acqua in misura molto minore e soltanto nella stagione di balneazione: 3500-5000 l/sec per le cave (tutto l’anno) contro 400-500 l/sec per le terme (nella stagione balneare).

Il prof. Bono, che ha monitorato costantemente per anni il livello della falda, ha mostrato che essa non si abbassa in maniera continua, ma che a periodi di abbassamento si alternano periodi di innalzamento (nei periodi festivi o estivi) che coincidono immancabilmente con la riduzione o la cessazione dell’attività delle cave di travertino. E poiché queste coincidenze sono state ripetutamente osservate in parecchi anni consecutivi è impossibile pensare che si tratti di fenomeni casuali.
Ma per quale motivo le cave debbono pompare acqua? E’ molto semplice. L’attività estrattiva delle cave di travertino, iniziata nell’area del Barco addirittura nel III sec. a. C, procede ormai da decenni a grandissima velocità, e siccome le superfici di cava sono sempre più costrette tra strade e centri abitati non possono più espandersi orizzontalmente, con il risultato che l’escavazione viene portata avanti in verticale. In tal modo si intercetta la falda acquifera e l’acqua di falda si riversa nelle cave, che si allagherebbero in brevissimo tempo se con potenti pompe l’acqua non venisse portata direttamente al Fiume Aniene mediante appositi canali.
Ma non basta la distruzione del territorio, non basta lo spreco della risorsa termale, non bastano il traffico pesante e l’inquinamento dell’aria, perché a questi si aggiunge un altro gravissimo danno: le acque estratte dalle cave prendono infatti in carico tonnellate e tonnellate di polveri e detriti che vengono scaricate direttamente nell’alveo del fiume, che in questo modo si solleva gradualmente, contribuendo in tal modo ad far aumentare il rischio di esondazioni, che, come noto, nell’area non rappresentano affatto una novità né sono una rarità.

Attualmente si sta procedendo con l’abbattimento degli edifici non recuperabili (490 case!), la messa in sicurezza di quelli recuperabili, con la realizzazione di nuovi studi ecc., ma nel frattempo si continua a rilasciare concessioni edilizie anche per la realizzazione di grandi strutture, ed anche in aree prossime a quelle che hanno subito i danni maggiori, in un’area che probabilmente non è più in grado di sostenere un simile carico. Insomma la politica locale continua a far finta di niente, procedendo più o meno come al solito. Si continua inoltre a spendere denaro pubblico soltanto per mettere delle improbabili toppe (un nuovo progetto del CERI, con ogni probabilità ancora più fallimentare del precedente, sta per essere messo in atto) che saranno sempre tali fino a che non saranno definitivamente rimosse le cause del problema.

La lunga era dell’escavazione del travertino nella Piana di Tivoli sta giungendo alla fine. A causa di una gestione territoriale pessima, maldestra, confusa, contraddittoria, che ha sempre privilegiato i poteri forti, nella Piana si sono trovate a convivere attività industriali a pesante impatto ambientale come quelle estrattive, centri abitati sorti in gran parte abusivamente ed urbanisticamente caotici, ricchezze naturalistiche ed archeologiche a grandissimo potenziale turistico (le Terme, le Sorgenti, le aree protette presenti e proposte, la vicina Villa Adriana e numerosi altri siti archeologici). Il travertino si sta esaurendo, è giunto pertanto il momento di cambiare direzione e cominciare a pensare ad un diverso uso di questo territorio che, consumate le risorse non rinnovabili, dovrebbe iniziare a sfruttare quelle che esauribili non sono, come quelle naturalistiche e culturali di cui l’area è ricchissima.